DEMOCRAZIA DI GUERRA

Guerra, fascismo e anticomunismo da una parte, pace, democrazia e antifascismo dall’altra: questa è la lezione e la dinamica storica del secolo. La guerra segnala la crisi della democrazia. Il tema che si pone è il diritto “della” pace di fronte alla crisi universale della democrazia nella dissolvenza dei valori. Ma se anziché a questi discrimini, in nome del “corporativismo d’organizzazione” si rimarca quello tra chi occupa o no le sedi della Cgil (lettera Prealpina 7/5/99), significa che non si capisce davvero, fino in fondo, lo scompaginamento che questa guerra sta determinando e, soprattutto, determinerà. Per questo all’umanitarismo dei cattolici, che sono quelli che si danno più da fare, non viene il contributo “di sinistra” della critica della guerra “come prosecuzione con altri mezzi” (e precisamente con mezzi violenti) della politica del capitalismo finanziario. Stante il carattere organico che l’industria militare e la guerra rivestono nel sistema di accumulazione capitalistica, se “a sinistra” si fosse fatto un minimo di analisi marxista, si sarebbe anticipato teoricamente ciò che ora si deve apprendere praticamente: la globalizzazione economica non può non farsi anche globalizzazione militare. Come tale non può essere presieduta dall’ONU, ma dalla NATO intesa come alleanza non più regionale ma globale, delle potenze capitalistiche.

Tanto più se, come scrive Malcom Sylvers (Prealpina, 1 maggio ‘99), “nessuno agisce come forza equilibatrice” dell’imperialismo statunitense e del capitalismo monopolistico e finanziario, sul piano internazionale e interno. Qui misuriamo le conseguenze dell’abrogazione del PCI con il Pds e della cosiddetta “sconfitta del comunismo”. Tanto che il capitalismo non ha più bisogno di mascherare i suoi “spiriti animali”: il business è la vera questione della guerra, ha detto Clinton ai soldati in Germania, come riferisce un esterrefatto “Washington Post”.

Quando è venuto meno il discrimine pace­democrazia/guerra­fascismo, è stata catastrofe. Catastrofe democratica e dei diritti sociali: la pace stessa “è” un diritto sociale, il principale. L’adesione a questa guerra contro ogni regola internazionale ed interna, non indica che “ora” cambia la natura della dei DS (come scrive nel suo appello la sinistra del partito), ma che l’identità “diessina” è cambiata da tempo. Da quando cioè, “per andare al governo”: a) hanno abbandonato il fondamento teorico­politico dell’antifascismo posto alla base della nostra Costituzione, per cui costituimmo, allora, il “Movimento nazionale antifascista di difesa e rilancio della Costituzione”; b) hanno aderito alla socialdemocrazia, di cui quella tedesca é forza contraente di una costituzione “anticomunista” come quella di Bon, che non a caso – all’opposto di quella che in Italia vieta il partito fascista –  vieta la ricostituzione del partito comunista. Dall’antifascismo, che considera la pace indispensabile per nuovi rapporti sociali, si è passato all’anticomunismo che per conservarli è disposto alla guerra.

Come il Pds, la socialdemocrazia in età contemporanea è nata dall’anticomunismo dell’abiura della “guerra giusta”, cioè di classe. Così il 14 luglio 1914 approva i crediti di guerra al capitalismo tedesco e poi si  macchia dell’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. E quando, nella mistificata come “troppo democratica” repubblica presidenziale di Weimar, il 1 maggio del 1929 fa massacrare 35 operai, non è stata né la  prima né l’ultima volta che la socialdemocrazia si mobilitò per la causa degli imprenditori. E fu Hitler, sprezzante, ha respingere l’offerta dei socialisti di votare a favore della legge sui suoi pieni poteri.

Dalla guerra del ‘14 si generà il fascismo e dal fascismo si generò una nuova guerra. Gli antifascisti   combatterono il fascismo come guerra e la guerra come fascismo. Per questo la nostra “Costituzione antifascista” sancì il ripudio della guerra.

L’impegno di guerra dei governi socialisti è un ritorno del “socialfascismo” e prepara un terreno fertile alle forze reazionarie. Si guardi ai nuovi fermenti nei cosiddetti post-fascisti. E’ una nuova cesura che cancella lo spartiacque degli anni 1944-45, in cui almeno la pace sembrava sicura. Dopo il 14 luglio 1914 “socialdemocrazia” non è più stata sinonimo di “movimento operaio”, ma dopo il 24 marzo 1999 non è più nemmeno sinonimo di “sinistra”. Blair, D’Alema Jospin e Schroeder,  che non hanno nemmeno i rimorsi di un Willi Brandt, tornano alle origini della socialdemocrazia. Occorre quindi denunciare non solo la guerra, ma i suoi responsabili e chi come Cofferati li copre, come invitava a fare Sylvers riferendosi a D’Alema e alla Bonino, e ai verdi e a Cossutta che, rimanendo al governo, fanno opera di copertura e mistificazione. Perché “non si può indirizzare l’indignazione, questa passione socialmente tanto produttiva, soltanto contro le circostanze, altrimenti si spersonalizzerebbero completamente le circostanze stesse, che rimarrebbero prive di contatto con le persone e non verrebbero più trattate come qualche cosa che si può mettere sotto accusa e modificare” (B.Brecht).

Angelo Ruggeri

        Movimento nazionale antifascista

        per il rilancio della Costituzione

 

pubblicato il 19/5/1999

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