TFR e globalizzazione

I recenti provvedimenti e progetti governativi in materia di Trattamento di fine rapporto e previdenza complementare (Tfr), mirano a canalizzare forzatamente questo salario differito dei lavoratori verso dei fondi pensione privati (d’origine anglosassone), alcuni dei quali gestiti da cgil-cisl-uil assieme alla confindustria. Questa previdenza privata complementare, permetterà altri tagli alla previdenza pubblica a ulteriore favore di quella privata a capitalizzazione, facendo perdere ai lavoratori la liquidazione che, di fatto, coprirà le   perdite a loro derivate da nuovi tagli alle pensioni.

Non è un problema pensionistico. Come invece molti usano pensare nel sindacato (anche nella minoranza), e in quella che  si insiste nel chiamare “sinistra di governo” per distinguerla, incomprensibilmente, dalla Destra di Berlusconi che però, nonostante metta anche le mani su Confindustria,, non viene contrastato come capitalista ma in quanto persona. E’ un problema di politica economica liberista. Invece di una “classe dirigente si è insediata una vera e propria “Chiesa finanziaria”, un “padre Zeus” che al contrario di Prometeo, il governo D’Alema-Cossutta intende servire. Non c’è quindi da stupirsi che cerchi di fare come alla Borsa di Londra (e Tokio e New York) dove i fondi pensione forniscono già il 60% dei capitali in circolazione. E’ la finanziarizzazione e lanuova economia degli “imprenditori di carta.

Puntare su un impiego parziale, graduale e “facoltativo” del Tfr,  piuttosto che forzarlo tutto e subito nei fondi pensione, non significa essere alternativi a questo: in ogni caso con i soldi dei lavoratori si finanzia il sistema d’intermediazione capitalistico. Con forzosità. Perché tagliando la previdenza sociale di base rende “obbligatorio” che quote crescenti di risparmio  collettivo (Tfr, fondi pensione, fondi sanitari, ecc.) e individuale (polizze a vari fondi) vengano affidate ad intermediari privati e amministrate sui mercati finanziari. In un libero mercato capitalistico (il “turbocapitalismo” di cui parla Luttwack in “La dittatura del capitalismo”), che è tornato all’originaria brutalità, e che non è stato mai uno scenario popolato e mosso da figura morali e virtuose: nemmeno quando i non marxisti credevano (e credono) che con l’assistenzialismo e lo stato sociale keinesiano non sarebbe più stato quello di una volta.

Si tratta di un problema cruciale di accumulazione capitalistica. Oggi si assiste a imponenti distruzioni di capitali nelle borse valori, ai cosiddetti scandali finanziari, come fosse uno spettacolo che non ci riguarda. In realtà in quelle sedi si liquidano e ridistribuiscono ingenti masse di reddito e risparmio, all’insaputa di chi le ha fornite. Per questo si parla di scarsità del capitale e insufficienza dell’accumulazione.

Naturalmente dietro ci sono delle autentiche teologie, come quella : “datemi del capitale e cambierò il mondo”. Gli elevatissimi tassi di profitto (triplicati in tre anni) dimostrano infatti che l’insufficienza di capitale non deriva dai tassi di formazione del profitto, ma dalla ingente e continua distruzione di capitale prevista da una delle tradizionali critiche comuniste al capitalismo. Alimentare l’accumulazione del capitale d’impresa requisendo salario e risparmio è un bisogno imprescindibile del capitalismo: la fornace del capitale ha bisogno di essere continuamente alimentata. Ecco perché passare la gestione del risparmio collettivo dalle “entità economiche di diritto pubblico” a quelle “diritto privato”(come fondi comuni d’investimento e  compagnie di assicurazione), è diventato un veicolo dell’azione politica di tutti i governi, di destra e sinistra.

Le pensioni non c’entrano niente. Infatti è’ universalmente dimostrato che i costi di gestione dei fondi privati sono 3-4 volte  superiori a quelli della previdenza pubblica. Essere pubblica è inoltre la condizione per un elevato risparmio: tanto che in Italia si è ancora al 15 % contro il 3,7% del Regno Unito dove si è privatizzata la pensione. Nonostante ciò governo e vertici Cgil, vogliono che il risparmio dei lavoratori venga messo nelle mani della speculazione finanziaria e di un capitalismo burocratico dove dilaga la criminalità economica, per cui  il giudice Guzzon ha chiesto una tangentopoli mondiale.

Invece i governi “di sinistra” legittimano la rendita finanziaria come ordinario anzi privilegiato forma di appropriazione di profitti. I servizi finanziari sono oggi la più protetta della industrie da parte di chi ha fatto dell’ideologia liberale una “religione di stato”, al cui vertice non casualmente è stato posto, in modo quasi unanime, Ciampi, uno dei massimi sacerdoti di un autentico “liberalismo di stato”. Un ossimoro solo apparente perché il capitalismo è nato e cresciuto grazie allo stato: dai dazi al fascismo. Oggi che lo stato, che liberisticamente deve essere inesistente, ha assunto una posizione condizionante delle stesse forme d’investimento diretto del capitale privato, nessuna esaltazione ditirambica del liberalismo può far dimenticare che il suo muro è definitivamente crollato 60 anni prima di quello di Berlino, sotto i colpi della grande crisi del 1929. Sopravvive solo come simulacro ideologico di un “liberalismo di stato” e di un interventismo statale a favore delle imprese dei governi di destra e di “sinistra”.

 

Angelo Ruggeri

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