COLMARE I “VUOTI” del “secolo breve”

Salvatore D’Albergo

La Contraddizione, n. 147, http://www.contraddizione.it/

Mentre ci si inoltra nei ritmi segnati dal xxi secolo, in un quadro mondiale di intersezioni tra nazioni e continenti che contornano la società, l’economia, la politica, il diritto generando confusioni sempre più sovrapposte fra i quadranti della storia, non si può non essere colpiti dall’incidenza di fratture anzitutto teoriche che vanno accentuando le distonie, o addirittura le contraddizioni interpretative, sui fenomeni di cui urge la categorizzazione per una capacità ermeneutica utile al governo simultaneo dei numerosi processi in disordinato – o perlomeno indecifrato – inquadramento teorico-politico a guida dell’azione delle nuove generazioni. In aiuto a rendersene conto, evitando di rompere la continuità dei processi che legano gli eventi del xx e del xxi secolo, dopo un ventennio dal ponderoso contributo di Hobsbawm su Il secolo breve: 1914-1991 [Rizzoli, Milano 1995], edito tempestivamente a ridosso della “fine del socialismo”, dovrebbe ormai decisamente assumersi quell’analisi dell’incursione nel “terzo millennio”, che – benché alle origini – non può non completarsi ricongiungendo i due termini estremi della “storia breve” (1917-1989), da un lato a partire dalle premesse degli anni 1900-1917, e dall’altro lato dall’immediato séguito degli anni 1992-2014. Periodi di eguale durata, che però vanno posti in stretta relazione fra loro a partire da un dato storico politico inoppugnabile, pur a distanza di un settantennio, nella loro rispettiva angolazione con riguardo – sulla base di prospettive “oggettivamente” polarizzate – alle posizioni “soggettive” delle forze in campo prima della rivoluzione d’ottobre, nonché dagli esponenti della replica autoritaria/totalitaria fascista, e dopo la crisi del “socialismo reale” precipitata a lunga distanza dalla caduta del fascismo.

Come è evidente, non si tratta di cogliere eventi dotati di alcune importanti affinità fra loro, ma piuttosto di decifrare all’interno di due fasi tanto distanti sia i germi dell’apertura di due crisi epocali del liberismo e dello stato liberale, sia i germi di una crisi mondiale che in nome della cosiddetta “globalizzazione” del capitale finanziario viene generalmente assunta per eludere i nefasti di quegli aspetti di “neoliberismo” e di degrado della democrazia coniugabili con le dissolvenze istituzionali che sono state clamorosamente protagoniste di svolte tanto diverse di regimi tra loro aspramente antagonistici. È chiaro, quindi, che gli elementi qualificanti del “secolo breve” non possano estraniarsi da una memoria storica che, a tutto campo, rivisiti la complessa natura dei processi del ‘900; con l’avvertenza però della necessità d’ora in poi di puntare a costituire una ricomposizione unitaria tra vicende trascurando le quali le prospettive odierne rimarrebbero disancorate dalla storia, lasciando prive di orientamento e di efficacia le lotte che, pur nei loro limiti, vanno ingaggiate nell’era della mondializzazione.

Con ciò si vuol rimarcare la necessità di reinterpretare anche il “secolo breve” come àmbito ristretto di una realtà non degradabile rispetto a quella del “secolo lungo” dell’800, compiendo un’operazione di connessione integrativa delle vicende che hanno dato seguito nel 2000 agli eventi in cui siamo pienamente immersi, convinti che più di armarsi di una bussola sia sufficiente riandare alla memoria storica di una fase che pare travolta e di cui non si scorge più la potenzialità di riaffermarsi nell’epoca della più integrale internazionalizzazione, i cui valori principali furono assunti come direttrice per la rivoluzione sociale, oltre i limiti del socialismo “in un paese solo”.

Ebbene, si tratta in modo sempre più evidente della necessità di cogliere quella continuità di linea teorica e politica che le forze moderate e conservatrici videro troncate sui due fronti del “secolo breve”, in quanto rigettate sia dal comunismo sia dal fascismo, in circostanze distinte ma convergenti nell’oppugnare i principi di libertà come asse dei tentativi di creare regimi economico-sociali inediti e tra loro confliggenti, come il socialismo reale e il corporativismo fascista. Ma si rischierebbe di perpetuare analisi improntate a effimere prese d’atto di quanto avvenuto tra il 1917 e il 1989, se non si ripercorressero le cause di una sostanziale omogeneità tra le pur distanti fasi che hanno preceduto e fatto séguito al “secolo breve”: cause che si riconnettono alle convergenti visioni apologetiche dell’economia di mercato e della restaurazione istituzionale, come risulta da una copiosa testimonianza anche documentale, che ha dato corpo al vistoso e sempre più controverso corpo del “diritto”. Tanto che addirittura si potrebbe sostenere che la categoria concettuale di “secolo breve” tra gli indici rivelatori fa risaltare ex adverso la ripresa di continuità dei principi sovvertiti sia dal socialismo reale che dal corporativismo fascista: ciò che, per evitare un fatale schematismo, deve far riflettere sul fatto non secondario verificatosi a metà degli anni ‘30 con la guerra civile spagnola, che favorì lo schieramento di forze anticipatrici della politica della seconda guerra mondiale: donde il prevalere di alleanze di “unità nazionale” comprendenti tutte le forze che avevano combattuto il fascismo senza preclusioni ideologiche [Hobsbawm, op-cit. pp. 193-196]. Ne viene che una valutazione attenta dei caratteri e della funzione del “secolo breve” ben al di là del contesto sia della durata che dell’immagine unilineare delle fasi culminanti dell’esperienza sovietica vista nel confronto con il mondo occidentale, perché non può eludere l’analisi dei punti essenziali di una storia dotata di ascendenti (precursori del 1917), convergenti oggi , come nel 1963-69, destinati ad incidere sia prima dello sbocco nel 1989 che dopo, quando la crisi sovietica ha spalancato a sua volta la fase della crisi occidentale, oggi apparentemente senza sbocco sia perché divenuta parte della crisi depressionaria articolata nel mondo, sia perché non scindibile dal contesto delle varie crisi nazionali.

Non solo, ma nel contempo va colto anche il ruolo da riconoscere agli adeguamenti inevitabilmente assunti dal Pcus nel duplice tentativo di porsi come grande potenza nucleare, e di guida dei partiti comunisti d’occidente, costretti così a marcare più le traiettorie di una lotta per la “democrazia”, che gli obiettivi di una rivoluzione sociale. Si tratta di un passaggio cruciale, che non perde significato a causa dell’aprirsi della “guerra fredda” avvenuta nel giro di pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale: poiché le implicazioni della guerra e della lotta antifascista si rivelarono più incontenibili che mai, assumendo contorni sempre più incisivi e incontrollabili per i percorsi di un’Urss colpita dalla fine dello stalinismo, in contemporanea con il nuovo dislocarsi dei partiti comunisti d’Occidente, e in particolare di quello italiano passato sotto la guida di nuovi leaders, come Longo e Berlinguer. Ma si cadrebbe in uno schematismo senza sbocchi se non si meditasse oggi sulla natura delle forze politiche che si affacciavano alla democrazia all’inizio degli anni ‘20 del xx secolo, e per converso quella dei partiti che concorsero alla Resistenza, alla creazione della Costituzione di democrazia economico-sociale e alla fondazione della Repubblica antifascista: tenuto conto che nel 1921 è nato il Partito Comunista come estremo tentativo di sbarrare la strada al fascismo, e che allo scadere degli anni ‘80 del medesimo secolo è stata chiusa l’esperienza del Pci quale soggetto che dal 1943 in poi – all’interno delle vicende controverse del ruolo del partito di massa, centro motore del processo di democratizzazione sia dal governo che dall’opposizione parlamentare – condizionava l’avvenire della politica italiana in senso aderente alla progettualità inscritta nella Costituzione più avanzata dell’Occidente capitalista (e ora retoricamente enfatizzata chissà perché come “la più bella” …).

A partire da tali premesse storiche riassunte con il rinvio a una incontenibile bibliografia, urge riflettere sulla necessità di colmare i vuoti che la metodologia di Hobsbawm ha scientemente lasciato alle considerazioni di quanti si siano frattanto arricchiti di una lettura così appagante del periodo tanto ricco di contraddizioni inscrivibili nel “secolo breve” : e che, proprio perciò, aprendo una sorta di voragine, impone un rilancio storiografico che sarebbe impossibile se non si abbandonasse il gusto più o meno compiacenti delle “cronache”, ritornando all’uso arduo ma edificante della teoria. Ed in proposito, la prima considerazione da fare attiene al meccanismo acritico con cui si sono poste sulla stessa lunghezza d’onda la crisi di un regime come quello sovietico, con la decisione di assumere come esaurita in Italia la funzione di un partito ancora utile nei suoi interventi di politica interna ed estera, benché colpito da qualche anno dalla scomparsa di un leader prestigioso come Enrico Berlinguer. Qui va segnalata una sorta di “buco nero” a prima vista inesplicabile, per il venir meno improvviso di tutte le posizioni critiche e divergenti affiorate all’interno del Pci a partire dalla metà degli anni ‘70, in linea di sviluppo della strategia delle origini, assorbibili nelle complesse vicende del ‘900. Quel che nell’estrema sintesi espressa dal ritaglio va recuperato – quindi, seppure ricollegabile agli aspetti di fondo del conflitto tra socialismo e capitalismo, tra Usa e Urss – è il patrimonio ideale e politico costruito dai partiti comunisti europei, e in particolare dal Pci in un impegno rivendicativo che ha messo a stretto confronto due diverse esigenze suscettibili volta a volta di strette interconnessioni o di divaricazioni, in nome di quella che Togliatti perseguì come “via italiana al socialismo”: con tutte le implicazioni di carattere storico e strategico che hanno rappresentato il nascere di posizioni interpretative variabili, il rapporto sia all’alleanza con il partito sovietico e alle democrazie popolari, sia alle dislocazione del partito nel quadro dei rapporti fra i partiti nazionali, dominati dall’obiettivo di impedire ai comunisti l’accesso al governo dello stato, non potendo viceversa impedirne la raccolta di crescenti consensi tra le masse, e il conseguente consolidamento nella rete delle assemblee elettive. Le due questioni si sono costantemente intrecciate, condizionandosi reciprocamente, ma non sino al punto di ostacolare l’autonomia delle scelte di politica interna nella varietà dei suoi contenuti che – specie per quanto attiene ai rapporti economico-sociali – erano più degli altri occasione di rivisitare il ruolo del partito come soggetto di rivoluzione sociale in necessario rapporto dialettico anche con Urss, Cina e gli altri “partiti fratelli”.

Si spiega così perché il primo vuoto del “secolo breve” possa rappresentare una grave lacuna derivante da una cesura di incalcolabile portata inferta ai problemi di tutto il campo del “socialismo reale” e dei suoi alleati, ciò che tuttavia richiede analisi specifiche dovute ai diversi modi con cui gli Usa e più in generale capitalismo internazionale han potuto riprendere l’egemonia finanziaria in tutto il globo: donde la necessità di venire a capo dell’altro vuoto provocato dalla scomparsa del Pci dallo scenario politico nel quale andava svolto un ruolo essenziale nella ricerca con le lotte a tutto campo dei meccanismi atti a risolvere i problemi dei rapporti tra democrazia e socialismo, specie sotto le direzioni di Longo e di Berlinguer [come rimarcato da Alexander Höbel, Il Pci di Luigi Longo (1964-1969), Esi, Napoli 2010, p.540, il secondo, con riferimento alla “contraddizione fondamentale tra la base economica delle società sostanzialmente socialiste e le sovrastrutture ancora inadeguate”, intravedeva la via di uscita in un ulteriore sviluppo del progresso scientifico, tecnologico ed economico]. Tutto ciò comporta un’articolata valutazione delle cause, oltre del tipo di posizione assunta dai comunisti nel precipitare verso il fascismo, anche dei condizionamenti subiti dalla combine tra l’‘80 e il ‘90 centro-destra/centro-sinistra sempre più omologhi per comprendere le opposte capacità palesate a tanta distanza di tempo — da un lato, nel contrastare il regime fascista sino al successo della Resistenza e, dall’altro lato, nel precipitare in una totale débâcle coincidente ma non conseguente alle crisi del socialismo reale, in cui sono stati trascinati anche i socialdemocratici. Com’è evidente, non è possibile semplificare lo sbocco di due eventi sorti per contrapposizione, e non in parallelo, come la rivoluzione d’ottobre e la nascita del regime fascista quale regime reazionario di massa [Togliatti], tanto più perché l’esito della guerra contro il nazifascismo con l’intervento anche degli Usa e del Giappone, oltre a dare connotati nuovi alla dimensione del conflitto mondiale, determinava il succedersi di nuove fasi di quello che sarebbe stato il nucleo centrale del “secolo breve”, attraverso il ricongiungersi dei due filoni del processo storico radicati, rispettivamente, nella fondazione dell’Urss e del contrapposto regime totalitario, fascista prima e poi nazista, cui alla repressione anticomunista si sarebbe aggiunta l’ efferatezza antisemita.

Quel che infatti dal 1943-1945 caratterizzerà la conduzione dei rapporti tra le “potenze vincitrici” sul nazifascismo ma contrapposte ideologicamente con prospettive antagoniste destinate a dispiegarsi in ogni direzione, ha potuto profilarsi grazie alla guerra partigiana ispirata dei partiti antifascisti, come veicolo di trasformazione dei sistemi dominati dal capitalismo, e in grado di frenare la propensione espansiva dei principi puntanti su una democrazia progressiva come via di transizione al socialismo. Su di che non vi sarebbe molto da aggiungere rispetto a quanto la storiografia sull’antifascismo ha accumulato di dati militari, politici ed economico sociali, se non si rendesse necessario in questa congiuntura evidenziare le sequenze del vuoto teorico-politico sopravvenuto sul versante dell’esperienza sovietica, in parallelo alla crisi di dissolvenza del Pci seguente il 1981. Nel profilarsi di una cancellazione della stessa memoria storica, sterilizzando i frutti di una lotta politica sovrastata d’improvviso dal dominio delle forze moderate e conservatrici in termini tali da attrarre nella medesima orbita il “centro sinistra”, artificiosamente evocato pur se scisso dalla storia della lotta degli anni dal 1943 al 1981, nelle varie fasi rispettivamente riferibili alle diverse interpretazioni delle strategie dell’Urss (con trascinamento delle democrazie popolari), ma con influenza anche verso i partiti come quello italiano e francese che negli anni 1943-1947 avevano dato luogo a vicende rispondenti alle esigenze di paesi che – benché alleati con il partito sovietico – erano indotti a marcare le lotte antifasciste per il passaggio a ordinamenti nuovi in virtù della autonomia delle rispettive culture ed esigenze organizzative.

 

Quel che assume valore decisivo per una ricognizione – che non lasci residui tra il percorso centrale e finale del “secolo breve”, e il vero e proprio vuoto di analisi che ne è seguito, lasciando drammaticamente aperti tutti problemi che si erano affacciati all’aprirsi della stagione del “secolo breve” – è ravvisabile nel contrasto, per taluni versi anche acuto, tra l’attitudine delle forze antifasciste (guidate dal Pci a interrompere la continuità tra le forme di potere succedutesi nella simbiosi tra il regime dello statuto Albertino e principi istituzionali del regime fascista) e il progressivo disfacimento che le medesime forze protagoniste delle alterne vicende degli anni 1943-1980 hanno operato, prese nelle spire di un trasformismo di tale radicalità da riattivare persino aspetti così riduttivi della democrazia da riallacciare forme di degrado del sistema politico: non a caso idonee a favorire i vuoti di potere che sono stati il terreno di coltura dei due versanti dello scontro di classe via via maturato, dando luogo alle forme di organizzazione del potere cui si è fatto cenno in rapporto alle contrapposte finalità economico-sociali di un capitalismo disposto alla guerra, pur di rintuzzare gli obiettivi anzitutto pacifici dei paesi del socialismo reale.

Se per l’Urss punto di riferimento è stata la Costituzione del 1936 seguita dal modello “brezneviano” nel 1978, per l’Italia punto cardine della svolta repubblicana e antifascista è stata la Costituzione del 1948, assunta a impianto programmatico per collegare un ampio ventaglio di forze sociali e politiche verso indirizzi riformatori, tutti nel segno della Repubblica “fondata sul lavoro”, e quindi per rimuovere gli ostacoli di “ordine economico e sociale” contro il pieno sviluppo della persona umana e per la “partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Ciò induce a rimarcare il fatto che la storia delle lotte sociali e politiche emerse negli anni ‘80 abbia determinato una particolare qualificazione dei problemi dello stato solo al culmine della fase più recente dello scontro di classe, testimoniando dei diversi caratteri che la natura dello stato e la riflessione sullo stato hanno assunto per effetto del concreto svilupparsi della dialettica sociale e politica. Si è così avvertito che da quando è cambiato il regime politico-costituzionale il problema dello stato coincide con il problema della democrazia, e delle condizioni per realizzare quei principi su cui le forze democratiche hanno inteso porre le basi di un processo di trasformazione della società: ragion per cui i contenuti e le difficoltà della questione dello stato non sono apparsi più scorporabili nè graduabili tra loro, poiché è la vicenda stessa della vita democratica a mettere in luce o ad occultare momenti sempre importanti delle funzioni istituzionali, come proiezione cioè delle forme del regime politico volta a volta in atto.

Occorre quindi partire da un dato che si è cercato di valorizzare in modo permanente, dato che è rappresentato dall’ingresso dei partiti operai, e quindi delle masse, nello stato, sottolineando quale è stato il senso dell’accordo tra Resistenza, Costituente e Repubblica, per l’edificazione della democrazia, tra ispirazione antifascista delle lotte popolari e principi di rinnovamento della società e dello stato. Infatti acquista un rilievo ben maggiore proprio oggi, il fatto che l’accordo tra i partiti antifascisti sia stato consacrato in una costituzione “rigida” non tanto per i compiti di garanzia assegnati alla Corte Costituzionale, quanto piuttosto perché si è inteso fissare un vincolo indissolubile fra le forze democratiche per fare dello stato uno strumento di trasformazione dei complessivi rapporti sociali e politici: e quindi come argine fondamentale ad ogni possibile degenerazione di cui va spiegata l’origine del tutto imprevedibile delle aspre fasi di lotta per l’attuazione della Costituzione. Va infatti tenuta ben presente la grave contraddizione che il potenziarsi della parte più consistente del sistema di potere organizzato in enti pubblici, soprattutto economici, era capace di influire sia nella politica interna che in quella estera, al di fuori di ogni responsabilità — e con l’adattarsi degli apparati di vertice dell’amministrazione statale tradizionale a una logica di supporto degli interessi dei gruppi economici e politici retrivi, tale da sconfinare nel modo più arbitrario nel campo delle più alte responsabilità costituzionali, all’ombra di quel “segreto di stato” che la mancata riforma ogni tipo di apparato rendeva sempre più incompatibile con i principi del nuovo stato democratico. In tale ambito la contraddizione più acuta – che come si vedrà era destinata a protrarre sino ai nostri giorni tutti i suoi effetti deteriori – si è presentata proprio all’interno dei meccanismi di “manovra” dello stato, quando si è avvertito che l’esistenza di un settore sempre più dilatato dell’economia a direzione pubblica “burocratica” e non “democratica”, richiedeva una capacità di “programmazione” — che però era ostacolata dalle radicate tendenze cosiddette “autonomistiche” dei più potenti organismi variamente collegati con il governo: dalla Banca d’Italia, alle banche di diritto pubblico, agli istituti di credito di “interesse nazionale” intrecciati nel sistema delle partecipazioni statali in particolare con l’Iri, l’Eni e la Cassa per il Mezzogiorno.

Ciò tanto più merita di essere rimarcato, in quanto l’impatto decisivo sul ruolo dello stato nel governo dell’economia si è avuto al culmine di quella fase di svolta nei rapporti di forza contrassegnati da lotte sociali, che ha lasciato almeno fino agli anni ‘80-‘90 tracce di rilievo nel sistema complessivo dei rapporti tra società civile e società politica: donde la maturazione avanzata nella coscienza di classe sempre più ampia, in generazioni nuove di ogni classe sociale, basata sulla necessità di dare effettiva concretezza ai principi costituzionali, collegando strettamente la prospettiva del controllo operaio per una diversa organizzazione del lavoro, alla prospettiva della direzione democratica degli strumenti di gestione economica e non solo amministrativa della riforma dello stato. Da questo angolo visuale assumono particolare rilievo le lotte per l’emanazione con legge dello “statuto dei lavoratori” e l’approvazione degli “statuti regionali” come sviluppo della fase costituente, quali strumenti di una crescita civile e sociale volti a dare un’impronta nuova a tutta una serie di rivendicazioni che guardano alle riforme come strumenti di intervento coerenti con un nuova concezione dello stato e dell’organizzazione del potere. E infatti lo “statuto dei lavoratori” ha rivelato la sua incidenza per il tipo di garanzie volte non solo a potenziare la presenza in fabbrica, ma direttamente le forze sociali, per un impegno di mobilitazione e di lotta estensibile dal campo più strettamente sindacale ad ambiti fruibili al conseguimento di obiettivi di trasformazione sociale, in un rapporto con lo stato tramite le sue nuove forme organizzative sul territorio. Ciò in quanto gli “statuti regionali” si sono configurati come gli strumenti di ulteriore sanzione e prolungamento dei principi di sovranità popolare, per una più attiva e piena affermazione dei diritti dei cittadini e dei lavoratori di partecipare all’organizzazione politica, economica e sociale del paese. In particolare, gli “statuti” hanno attribuito alle regioni un ruolo di collegamento nella politica di piano, come metodo di intervento in concorso con lo stato con gli enti locali, per farle partecipare come soggetto primario alla programmazione nazionale, sì che il sistema dei poteri pubblici è stato impegnato ad operare in un quadro di riferimento “globale” e da integrare con gli strumenti specifici di attuazione.

 

Il gioco di contrapposizione tra spinte riformatrici e controffensive tese a bloccarle aveva, naturalmente, particolare evidenza in un quadro generale nel quale la “strategia della tensione” e le trame eversive già operanti da tempo tentavano di sostituirsi alle effimere iniziative dei partiti di centro-sinistra e di centro-destra volte a bloccare l’articolato fronte di lotta esteso al divorzio e alla riforma del diritto di famiglia, per la democratizzazione della scuola e dell’Università, per la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo, oltre che per una diversa disciplina dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Si era così determinata una situazione per la quale le spinte unitarie e di lotta del movimento sindacale, mentre ne elevavano la forza di condizionamento all’interno della fabbrica, nel contempo li poneva in conflitto sempre più insistente con organi soprattutto di vertice dello stato. Ne era derivato un nuovo equilibrio che, da un lato, poneva in evidenza il coinvolgimento di larghe masse per riforme legislative come quelle della famiglia e di lotte sociali riguardanti “bisogni collettivi” di varia rilevanza come quelle per la riforma della sanità, della casa, delle carceri; e, dall’altro lato; rischiava di mantenere un solco con gli impegni di lotta non tanto con la “società civile” quanto al contrario con gli apparati collocati in ambito attinente allo stesso ruolo “strumentale” dell’organizzazione del potere nelle sue singole parti centrali, componenti di un disegno di trasformazione della società e di democratizzazione del potere politico ed economico.

Sicché, solo ponendosi a considerare in modo non astratto le tappe intermedie di passaggio dalla struttura della società e dello stato verso una democrazia socialista, formule come “governo democratico dell’economia” e “riforma dello stato” acquistavano più netta visibilità se poste in contatto con la realtà viva e drammatica di problemi sociali fra loro connessi quali l’abitazione, l’occupazione, l’ambiente, la scuola, il trasporto pubblico, la sanità e l’assistenza, l’agricoltura, l’emigrazione e le questioni giovanile e femminile, che nel contesto più generale dei problemi dell’ordinamento sociale pesavano con diversa urgenza e intensità in relazione ai bisogni della classe operaia, dei contadini, delle masse femminili e dei giovani, degli occupati, dei disoccupati e degli emarginati, rivelando la necessità di ispirarsi ad una concezione precisa del rapporto tra i “diritti civili”, i “diritti sociali” e quindi della trasformazione della società e della democratizzazione dello stato. E se vogliamo evitare di cadere in false astrazioni problematiche, basta porre attenzione a una questione incancrenita come quella dell’Università, domandandoci nella veste di “intellettuali organici” perché ha potuto divenire più matura una riforma non solo della scuola, ma persino della “polizia” o del “regolamento militare”, dopo i fiumi di inchiostro versati contro la separatezza dei “corpi armati” dalla società: mentre scuola e università ma anche centri di ricerca coinvolgono a loro volta masse di operatori, di utenti, di lavoratori sempre più ingenti. Per comprendere come si sia potuto giungere a forme di disgregazione che tante sofferenze impongono al paese, occorre domandarsi perché è mancata la capacità di intendere che proprio la questione della scuola, dell’Università e della ricerca scientifica – tutte tra loro collegate, oltre ciascuna loro specificità – sono questioni “generali” della cultura, della ricerca e della scienza, poiché vanno rapportate a una visione organica del nuovo stato democratico, e a una nuova coscienza politica e volontà di intervento di massa: non solo delle masse studentesche però, nonché dei lavoratori della scuola, dell’università e degli istituti di ricerca, ma dell’intera classe operaia e dei suoi alleati sociali che erano tutti a vario titolo interessati a tutte le riforme sociali in attesa di essere condotte in porto.

In tale contesto era apparso ben chiaro che assumere la programmazione quale criterio di regolazione dei rapporti sociali implicava la consapevolezza del luogo principale in cui si giocava la partita posta delle grandi centrali del capitalismo internazionale: il che comporta la necessità di approfondire adeguatamente il significato dei rapporti che lo stato vede intensificare con le istituzioni di livello europeo, sia per conferire al parlamento europeo “multinazionale” un ruolo non subalterno alle varie centrali comunitarie, sia per istituire un raccordo coerente dei centri di potere europei con il parlamento nazionale, e regioni ed enti locali che costituiscono il retroterra della incombente “globalizzazione”. Proprio perciò massima chiarezza andava fatta sul ruolo effettivo di soggetti istituzionali che dovevano concorrere alla programmazione in un quadro “globale” nel quale evitare la separazione tra il momento “economico” e il momento “sociale”, con una divaricazione tra investimenti “produttivi” e impieghi “sociali” del reddito, tanto più quando si susseguirono le vicende che sfociarono nella crisi finale del socialismo reale, dando nel contempo luogo alla ricerca di posizioni autonome da parte dei partiti-fratelli, e in particolare per le iniziative del Pci con l’emergere sia di un tentativo di coagulare una sinistra intorno alla rivista del manifesto, sia di una direzione sempre più nettamente orientata dal segretario nazionale, accentuando la critica contraria alle tendenze imperiali degli Usa e dell’Urss tramite interventi esterni contro la sovranità e l’indipendenza di ogni popolo, nella prospettiva più ampia di rigenerazione della politica, allargando perciò l’attenzione ai movimenti della società – ma senza una posizione teorica – donde il sempre più diffuso movimento per la pace contro la minaccia atomica [cfr. Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci, Roma 2006, pp.401 ss.].

Tanti mutamenti talvolta impercettibili di linea sono registrabili dal 1922 al 1981, tutti però inquadrabile all’interno del periodo preso in considerazione da Hobsbawm, e tuttavia tale da non giustificare un meccanico assorbimento di tutte le varianti teorico-politiche, strategico-tattiche di un Pci trascinatore di tutto un passato nel profondo processo involutivo che sta caratterizzando la politica italiana dagli anni ‘90 in poi. In via di prima approssimazione, quindi, non si può stabilire una lineare connessione tra il periodo che ha preceduto il 1917 e il suo immediato seguito, e il periodo che ha avuto inizio nel 1989, proprio perché il Pci è venuto meno a passi lenti e la storiografia si è mostrata reticente nell’impegno di decifrare i nessi tra la crisi del socialismo reale e il dissolvimento del Pci in frazioni poi organizzate solo nella riproposizione di simboli, nella dispersione accurata degli ascendenti di una storia controvertibile, ma non cancellabile inesorabilmente, come è avvenuto sino al punto di soggiacere ai nuovi vincoli delle leggi elettorali, mediante il cosiddetto “abbattimento alla base” delle percentuali divenute esigue nel consenso.

 

Non c’è che da prendere atto, pertanto, del fatto incontrovertibile per cui – sciogliendosi – il Pci ha inopinatamente restituito un nesso operante al tipo di lotta politica degli anni ‘20, che ha visto travolgere lo Stato liberale, compreso lo scioglimento dei partiti e dello stesso partito comunista, dedito tuttavia all’organizzazione progressiva del fronte antifascista con la fase apertasi dopo 70 anni cui il pur accurato studio del “secolo breve” non ha dato il rilievo a suo tempo incombente: ma che nell’attuale dispiegarsi di un fronte di alleanze composito di forzr soprattutto di centro-destra, ha acquisito un peso ineluttabile, per le caratteristiche che presenta il sistema politico anche per effetto delle interconnessioni con gli istituti comunitari, alla loro volta operanti sotto il segno di forze neo-conservatrici che più o meno correttamente si richiamano alla democrazia liberale e alla socialdemocrazia europea. Quello che perciò rischia di essere sottovalutato, è come ai due margini del “secolo breve” le forze conservatrici siano riuscite ad imporsi pur partendo da posizioni di debolezza di diversa consistenza e matrice, altra essendo sul versante di inizio del ‘900 la crisi incombente dello Stato liberale, altra l’ambigua sopravvivenza degli spezzoni di forze rimaste alla fine dello stesso secolo xx tenacemente anticomuniste, anche per il tramite di apparati esteri e interni innescati nel sistema dell’ordine pubblico per concorrere a liquidare gli istituti di sostegno della democrazia. Nel primo caso la guida di Togliatti e di Gramsci garantirono che l’autonomia ideologica del marxismo sorreggesse la tenuta dei militanti, sparsi soprattutto nelle galere, da cui poter uscire galvanizzati per i sopravvenuti impegni di lotta politica sociale: donde l’approntamento di quella rete di democrazia rappresentativa e diretta costruita in forza della Costituzione come retaggio della lotta antifascista, con un disegno antagonistico a tutti i modelli elaborati dalla cultura borghese. Nel secondo e opposto caso, la decisione liquidazionista del Pci favorita dalla scomparsa dell’ultimo leader prestigioso del Pci, partite dalla premessa dell’abbandono di ogni aspetto di quella che si era manifestata come “autonomia comunista” per disporsi a far parte non più di un disegno di lotta di classe, in nome dell’adesione alla concezione dell’impresa capitalistica come “istituzione”, categoria concettuale già adottata dal fascismo in sede di unificazione del codice civile (la proprietà fondiaria) e del codice di commercio (il sistema delle imprese industriali, commerciali, finanziarie, bancarie).

Lo stato liberale, che alla fine della prima guerra mondiale era alle soglie di una crisi in cui la classe dominante a malapena conteneva le pressioni di un partito socialista diviso in tre anime frenantisi reciprocamente, affrontava negli anni ‘30 un conflitto socio-politico di segno opposto a quello del partito bolscevico giunto al potere, riuscendo a sfociare nella costruzione di un potere autoritario/totalitario sotto la spinta di un agitatore di massa di origini socialiste, ma animato dal culto del potere personale, in una prospettiva di “collaborazione tra borghesia produttiva e proletariato produttivo”, con una connotazione però liberistica e antistatalista, e in una visione della nazione intesa come organismo e sintesi di ogni valore materiale o morale: donde il fascino verso l’organizzazione paramilitare in funzione di una lotta aggressiva contro le organizzazioni di massa che andavano attrezzandosi su un più vasto fronte con l’allargamento a quelle cattoliche. I problemi del passaggio dallo stato “sovrano” perché “burocratico”, allo stato “sovrano” perché “popolare” diventavano sempre più pressanti, e il capo del fascismo aveva fretta di consolidare il vecchio ordinamento retto sullo Statuto Albertino, uscendo dalle paludi del parlamentarismo disorganico, e in preda a una crisi senza via d’uscita. Ciò che avvenne rapidamente, confermando il ruolo determinante delle riforme istituzionali come base a loro volta della riforma burocratica e della direzione dell’economia attuata negli anni 1923-1927. Si può constatare così la propensione storicamente simbiotica tra capitalismo e stato che a costo di dure prove come quelle sfociate nel fascismo negli anni precedenti il consolidamento in “ regime”, appare destinato a prendere il più pieno sopravvento persino nella nuova fase del comparire dei movimenti di massa portatori di esigenze di profondo rinnovamento nei rapporti tra l’organizzazione politica dello stato e l’organizzazione dei molteplici interessi sociali ma esitanti a costituirsi in forme di alleanza antifascista. Adottando il metodo che anche in séguito si rivelerà come attualmente una costante del deferimento dei compiti elaborativi in materia istituzionale anziché al parlamento e allo stesso governo, i dirigenti fascisti in coerenza con i loro intenti innovatori strettamente connessi alla natura ed alla funzione del partito, convogliarono i loro intenti di politica costituzionale in organi da loro controllati, come la commissione dei “quindici” (espressione degli interessi propri del partito), seguita dalla commissione dei “soloni” (di diciotto membri), ponendosi in una traiettoria volta a rafforzare la potestà règia e quella del gabinetto, con una procedura che riunisse il ministero strettamente dipendente dalla monarchia, ma indipendente dal parlamento, tanto più procedendo all’abolizione del metodo elettorale proporzionale del 1919. Dall’incubazione delle proposte preordinate delle due commissioni di studio, [cfr. Alberto Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, Einaudi, Torino 1965; Francesco Perfetti, Fascismo e riforme istituzionali, Le lettere, Firenze 2003], si passò alla legge del dicembre 1925 che sostituì la storica e ambigua figura del Presidente del Consiglio come primus inter pares con quella esplicita di “Capo del governo”, con la conseguenza che questi, in quanto nominato e revocato dal Capo dello stato, era verso quest’ultimo e non verso il parlamento responsabile dell’indirizzo generale del governo: a tal punto che, per sancire l’integrale subordinazione di quest’ultimo nei confronti dell’esecutivo, si stabilì che senza il consenso del primo ministro nessun oggetto potesse essere posto all’ordine del giorno delle due camere.

Di notevole rilievo, la successiva legge del 1928 – tra le cui norme, ispirate a consolidare il ruolo del partito nello stato, di speciale rilievo costituzionale – conseguì la somma dei principi volti a inserire il parere del “gran consiglio del fascismo” tra i poteri funzionali al ruolo del capo del governo, e in particolare sulle attribuzioni della Corona — sulla composizione e funzionamento sia dello stesso gran consiglio, sia delle due camere, nonché sulle attribuzioni del capo del governo, sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, sul-l’ordinamento sindacale corporativo, sui rapporti dello stato con la santa sede e sui rapporti internazionali rilevanti per la variazione del territorio dello stato e delle colonie. La strada ininterrotta per inserire il “regime a partito unico” era aperta, per essere seguita dall’elezione “plebiscitaria” della camera, con lo scioglimento dei partiti avversi al fascismo, sostituiti dal riconoscimento giuridico delle grandi organizzazioni produttive intese come la base sindacale-corporativa dello stato, consacrandosi il ruolo del partito fascista come partito unico con la succitata legge (osteggiata dal solo Giolitti) e affidando alle “confederazioni nazionali dei sindacati” il compito di proporre candidati sulla base di un criterio che comportasse parità di proposte fra le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori: così ponendosi definitivamente contro il dogma della sovranità popolare, in nome di una visione strettamente “classista” della rappresentanza, essendo i sindacati enti di diritto pubblico, e per la conseguente eliminazione della campagna elettorale, in nome di una “accentrata democrazia”, in funzione di una camera espressione riassuntiva “delle forze spirituali ed economiche della nazione”. Ci si avviò così verso la creazione della camera dei fasci e delle corporazioni, con cui si lasciò alle spalle il sistema liberaldemocratico, poiché il potere rimaneva incentrato sul governo, e dal canto loro l’assemblea e le commissioni per la loro forza rappresentativa “sono il popolo, al pari di tutti gli organi costituzionali dello stato”. Di notevole interesse, in tal così singolare contesto si ebbe l’affollamento dei decreti-legge, anche se non presentanti motivi di reale urgenza, soddisfacendosi la propensione della burocrazia all’emanazione di norme di legge sottratte (col pretesto della “necessità e urgenza”) alla competenza di assemblee elettive di tal fatta.

Ma quel che più va rimarcato è che la creazione di questa camera solleva tra i problemi principali manifestatisi nella fase terminale di quella esperienza, quello relativo al ruolo delle “norme corporative”, che mettevano più nettamente in discussione la questione più generale della natura di uno stato privato delle forme e dei cómpiti dello stato di origine liberale, con un trascinamento verso quella concezione dello stato fascista corporativo qualificato dai compiti di intervento più liberisti come alle origini negli anni ‘20: ciò che sarà approfondito nella fase successiva alla caduta in crisi del regime, per il succedersi di eventi che hanno coinvolto la democrazia non solo politica ma anche sociale e democratica. Chiusa con decreto legge del 2 agosto 1943 nelle circostanze della caduta del regime fascista, tale camera sancì il fallimento di un’operazione volta a sostituire il parlamento dotato di mandato popolare, con un’assemblea interprete essenziale di interessi economico-sociali, assorbiti però da apparati burocratici dominati dagli interessi dei potentati economici. Sicché, per la parte del “secolo breve” mirante a contrastare diametralmente l’esperienza aperta quasi contemporaneamente dal partito comunista bolscevico, è naturale concludere che il fallimento del fascismo corporativo era destinato a proiettarsi nel quadro di vicende che – finendo per ricongiungersi tra il 25 luglio e l’8 settembre con il preludio della sconfitta militare dei nazi-fascisti – hanno aperto una fase completamente nuova di quel periodo che gli storici hanno esaminato più approfonditamente, sia per le ragioni legate ai controversi assestamenti interni al sistema sovietico, nonché ai rapporti tra Urss e i paesi “satelliti”, sia in parte per le alterne vicende che in Italia la Resistenza antifascista era riuscita ad aprire ricorrendo anch’essa alla costruzione di nuove fonti istituzionali, tramite la Costituzione democratica come base per una rivoluzione democratica vanamente perseguita, sino ad abbandonarla a se stessa.

 

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