LA DEMOCRAZIA ALLA SBARRA tra elezioni e referendum costituzionale

Salvatore d’Albergo

Facendo appello per un massimo di unità al fine di un NO nel referendum costituzionale che abbia la valenza del NO del popolo nel referendum costituzionale del 2006 – con una partecipazione che superò ampiamente persino il non richiesto “quorum” del 50% – contro quella che non è “revisione” ma “sovversione” dall’alto delle classi dominanti, pubblichiamo questo testo di Salvatore d’Albergo apparso sulla rivista “La Contraddizione” prima del referendum del 2006 (marzo 2006).
Al fine di superare ed evitare un restringimento del “fronte” e della base sociale del NO alla revisione “renzusconiana” ed evitare la “sconfitta”, occorre quanto meno riferirsi e dare piena evidenza a quella importante intuizione di massa, che nel 2006 ha sconfitto non solo l’allora incombente disegno reazionario della “casa della libertà”, ma anche ogni prospettiva di “delegittmazione” revisionistica della Costituzione del 1948, avendo, in quel caso – diversamente che nei refrendum contro il proporzionale e in quello istituzionale del 2001 – portato il popolo alla rilegittimazione della Carta del 48, intuendo e respingendo le insidie della combinazione tra il predominio del governo sul Parlamento e il tentativo di ripristinare il principio di burocratizzazione, tramite il non elettivo “senato federalista”, il “premierato”e il predominio del governo sul Parlamento e, quindi, sulla società.
Impegnarsi e battersi contro l’Italicum e per un NO – nel referendum istituzionale – che abbia la “valenza” dei 15.780.000 NO “vincenti” nel 2006 all’opposto della “valenza” minoritaristica e insignificante dei 131.000 NO del referendum del 1929.

Nel sopraggiungere di un passaggio critico, più drammatico per certi versi dello stesso 1953 (l’anno della “legge truffa”), anche se avvelenato da una bagarre incivile e disarmante, occorre richiamare l’attenzione sui gravi rischi incombenti per una vera e propria “rottura” di un sistema democratico, storditamente posto sul piano inclinato di una “transizione” che gli epigoni del Pci e della Dc hanno tanto temuto di non potersi accaparrare; con una irresponsabilità misurabile con l’incerto esito sia delle elezioni parlamentari del 9-10 aprile, sia del referendum costituzionale di cui l’elettorato ignora non solo i contenuti ma anche l’essenzialità “procedimentale” che riveste il voto finale dei cittadini a complemento di una seconda votazione delle Camere nella quale, anziché con la maggioranza dei due terzi dei componenti, il progetto di legge di revisione costituzionale sia stato approvato solo con la maggioranza assoluta dei componenti stessi (art.138 C.). Già dal sommario richiamo dei termini formali del passaggio – duplice, ma intrecciato – che incombe, risalta la profondità dell’abisso che separa l’elettorato dal luogo e dai modi con cui si fronteggiano i gruppi di potere che, nel nome del bipolarismo “centrodestra-centrosinistra”, hanno occultato l’opera di travisamento progressivo della strategia controriformatrice avviata – insieme – negli “indirizzi politici” di governo (dalla fine degli anni ‘70, pur vigendo la “proporzionale” e il relativo pluralismo, e di seguito dal 1993 in poi essendo stato introdotto il “maggioritario”), e negli “indirizzi costituzionali” (dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi ), nel segno delle cosiddette “riforme istituzionali”: espressione volutamente ambigua/ambivalente, che intendeva alludere ad una biunivoca qualità della “politica” che (seppur soggetta a specificazioni “formalizzate” nel segno della distinzione fra legge “ordinaria” e legge “costituzionale”) rappresenta comunque la ragione delle scontro che è più limpido quando è anzitutto ideologico – come negli anni 1948-78 – ed è più “barbaro” quando assume i caratteri dapprima “striscianti” (dal 1978 al 1993), e poi accanitamente “verbosi” e “mediataci” della rissosità dei rapporti tra “centrodestra” e “centrosinistra” e delle dissonanze interne alla casa delle libertà e all’unione dominati dalla medesima ideologia del primato del “mercato” sulla “democrazia”.

Come si vede, stanno venendo al pettine nodi tra loro intersecantisi, la cui intelleggibilità però è coperta per gli elettori dall’ovattamento con cui la nomenclatura “giuridica” dei fenomeni politicamente più rilevanti ha avvolto i disegni strategico-tattici dei gruppi di potere che a tal fine si sono camuffati – oltretutto più nel centrosinistra che nel centrodestra – per nascondere il travisamento delle “culture politiche” che sono state all’origine della fondazione della repubblica democratica e antifascista. Tramite una costituzione democratico-sociale che – sopratutto oggi, dopo un sessantennio dalla sua elaborazione, per differenze mai sufficientemente valorizzate (specie dalla sinistra rivoluzionaria) rispetto ai modelli liberaldemocratici (o socialdemocratici) – attesta una originalità che è in procinto di essere spazzata via definitivamente a compimento di un processo di delegittimazione da cui è stata sempre tallonata, prima dall’esterno nelle forme del cosiddetto “doppio stato” (poteri “occulti”, servizi segreti, terrorismo), poi anche dall’interno, e cioè dai gruppi politici che, combattuto Craxi-persona, hanno raccolto l’eredità del “craxismo” facendosela poi strappare da un magnate già sodale di quel Craxi-presidenzialista e vessillifero della “grande riforma” che gli aveva fruttato l’inserimento nel duopolio televisivo, divenuto il terreno privilegiato dell’impari conflitto di interessi tra i gruppi di potere che oggi si contendono non solo la conquista dei vertici dello stato (governo e presidenza della repubblica), ma persino la legittimazione a imporre un modello costituzionale che cancelli ogni fondamento alla prospettiva di “democratizzazione” della società e dello stato aperta dalla costituzione nata dalla resistenza.

Va approfondito allora come si sia pervenuti ad una sorta di ultima spiaggia, in cui l’esito delle elezioni per camera e senato rischia di essere indifferente oltre che subordinato rispetto a quello del voto referendario preventivabile per il successivo mese di giugno con una posta più decisiva perché, nella inconsapevolezza di massa consolidatasi in circa un trentennio di elaborazioni revisioniste del sistema di “governo parlamentare” imperniato sulla “centralità” del parlamento, si dovrà scegliere se confermare o respingere lo snaturamento di tutto l’ordinamento della repubblica inscritto della seconda parte di un modello costituzionale la cui novità rispetto alle costituzioni liberaldemocratiche (compresa quella socialdemocratica “weimariana”) è segnata dal carattere “strumentale” dei rapporti “istituzionali” rispetto ai rapporti “sociali” alla cui trasformazione puntano i principi fondamentali della repubblica “fondata sul lavoro”.

A ciò ci ha trascinato non già (come si indulge a ripetere) la cosiddetta “fine delle ideologie”, ma al contrario quel rovesciamento ideologico rapporti tra mercato e democrazia, tra autonomia privata e autonomia sociale, quella “normalizzazione” tradotta in omologazione delle forze politiche e sindacali di classe a interessi del sistema delle imprese (comunque caratterizzato dal ruolo della grande impresa nella nuova dislocazione dei rapporti tra capitale finanziario e capitale industriale nella rete transnazionale), da cui è derivata non solo il completo abbandono di “vie nazionali al socialismo” ma sinanco del confine tra prospettiva di “integrazione socialdemocratica” e involuzione liberaldemocratica, agevolando il dilagare di un capitalismo sempre più enfatizzato come vindice di “innovazione” da assecondare con la rilegittimazione dei principi conservatori su cui si era eretto lo stato nazionale, ponendo i vertici delle istituzioni politiche al servizio degli interessi della produzione: come dimostra la vicenda di una “europeizzazione” che ha sottoposto la sovranità popolare al dominio delle burocrazie “monetariste”.

Quel che va sottolineato, quindi, è che il rovesciamento ideologico ha avuto il suo deleterio avvio in senso “derogatorio” dei caratteri della “democrazia sociale” in quel modo strisciante che non va confuso con le scelte “omissive” o “dilatorie” degli anni del centrismo, e che però ha visto il Pci post-berlingueriano condividere nel nuovo ruolo di opposizione “di sistema” anziché “antisistema”, assunto dopo la mancata difesa della scala mobile, una legislazione “controriformatrice” che sul finire degli anni ‘80 ha anticipato quella ben più grave deriva antidemocratica insita nell’impegno del Pds (poi Ds) per la revisione della seconda parte della costituzione, da cui ha potuto trarre spinta – apparsa poi incontrollabile dal polo di centrosinistra – la pervicacia del polo di centrodestra verso un modello più arrogantemente “autoritario”.

Ora,data la studiata ambiguità con cui il transito dal Pci al Pds è stato manipolato dalla sinistra occhettiana, è sfuggito al movimento operaio e in generale ai cittadini democratici che la derogazione con legge ordinaria (accettata supinamente dalla stessa magistratura e dalla corte costituzionale) è stata inflitta frontalmente alla prima parte della costituzione oltre che alla seconda, precisamente con quell’indirizzo volto a privatizzare le partecipazioni statali e a trasformare la pubblica amministrazione, le aziende di stato (si pensi al destino subito dalle ferrovie), e gli enti pubblici (si pensi all’attacco alla riforma sanitaria, in particolare contro le usl), sino a colpire il diritto di sciopero dei pubblici dipendenti e a enfatizzare la riforma dei procedimenti amministrativi, con una cosiddetta “partecipazione dei privati” che ha esaltato la asserita “consensualttà” dei rapporti con uno stato del quale la separazione tra potere “politico” e potere “gestionale” è valsa a istituire una omologazione del potere pubblico agli interessi di profitto delle “imprese” camuffate dietro la mistificatoria e generalizzante formula intestata ai “cittadini”.

Tale opera di snaturamento – concretata chiamando “riforme” modernizzatrici quelle che configuravano “controriforme” antisociali – nascondeva quella trasformazione dei “partiti” di massa da luoghi di organizzazione della democrazia a centrali burocratizzate di potere la cui demonizzazione nei termini di quella critica contro la “partitocrazia” lanciata dalla cultura liberale sin dalla fase elaborativa della costituzione veniva conclamata dai responsabili del precipizio a destra degli epigoni del Pci e della Dc, incontratisi in una collusione di segno opposto rispetto all’intesa tra cattolici e comunisti che ha caratterizzato la parte più incisiva della costituzione democratico-sociale e che riguarda la prospettiva del controllo sociale e politico del meccanismo di accumulazione privata a cui si sono ispirate le lotte degli anni 1967-1976 nella sempre più larga articolazione di massa.

Denunciando meccanicisticamente di “consociativismo” addirittura l’intera esperienza democratica ispirata da una costituzione “programmatica e di lotta” – essendo questa volta ad aprire una “transizione”, e non potendosi essa stessa considerare “di transizione” stante la necessità di pervenire alla socializzazione della proprietà e dell’impresa – i fondatori del Pds hanno ritenuto di proporsi essi stessi come gli alfieri di una “rottura” costituzionale camuffata dietro a una operazione di elisione strisciante proprio dei principi “economici” incidenti sul primato dell’impresa e della proprietà privata per far salvi solo quelli etico-sociali che, presi a sé, riecheggiano più o meno impropriamente le costituzioni di Weimar e di Bonn rivendicate dai socialdemocratici: assumendo sempre più smaccatamente, nel passaggio da Occhetto a D’Alema, l’opzione per la “revisione della seconda parte della costituzione denunciata da Franco De Felice [nella Storia dell’Italia repubblicana, 1999], tanto più in quanto il processo di europeizzazione è stato assunto come la cornice dentro la quale collocare le soluzioni di fondo della crisi italiana mirando con ciò a confondersi con i gruppi sociali dominanti, con annullamento dell’autonomia del mondo del lavoro, della cultura e della ricerca condannati a quella subalternità e colonizzazione vanamente paventata.

L’avventurismo del passaggio dalla “alternativa” di sistema – che presuppone l’assunzione del marxismo come guida teorica ispiratrice delle lotte – alla “alternanza” al governo tra forze ideologicamente allineatesi a sostegno del capitalismo e perciò disponibili a sbranarsi per la conquista della “stanza dei bottoni”, si sta misurando con il duplice rischio: di vanificare quel defenestramento di Berlusconi che presuppone (oltre che una non stentata vittoria elettorale condizionata dal sopravvenire posticcio del “proporzionale”, sia pur blindato dal “premio di maggioranza”) una convergenza programmatica che manca, e di andare al buio nel referendum costituzionale di cui gli elettori ignorano le gravissime conseguenze di un esito che, per la mancanza di un quorum, è affidato al caso potendo sfociare automaticamente in una ultraverticalizzazione del regime politico-istituzionale che è stata smaccatamente sminuita in nome della demonizzazione della cosiddetta devolution di un federalismo estremo e contraddittorio che, però, cela il disegno (accennato in documenti ignoti all’elettorato ) con cui Prodi e i suoi multiformi alleati si propongono di riaprire la partita che la repulsione referendaria del progetto berlusconiano dovrebbe ermeticamente chiudere. A conferma del fatto che i pericoli prima latenti ed oggi incombenti di una svolta autoritaria di tipo para-fascista si ricollegano non già ad una capacità egemonica che le forze reazionarie non possono ascrivere a proprio merito, ma alla irresponsabilità anzitutto culturale di partiti, divenuti gruppi di potere, inconsapevoli della differenza solo di grado ma non di qualità di sistemi di governo che non sono “parlamentari” se sono di “gabinetto” o del premier, e vengono propagandati come “neo-parlamentari” ricorrendo a sotterfugi degni della cultura che si vuol rappresentare per non ammettere che le modellistiche verticistiche del costituzionalismo liberal-democratico sono suscettibili di presentarsi come l’anticamera del costituzionalismo reazionario, tanto più se si tenga presente che dopo l’esperienza dei regimi di tipo fascista i costituzionalisti per mostrarsi “realisti” (e più o meno larvatamente “politologi”) si compiacciono di ricorrere in modo ormai abusato alla applicazione della teoria della costituzione “in senso materiale” divulgata in Italia dal Mortati, con gli esiti perversi del prevalere delle congiunture politiche, segnate dalla cosiddette ”forze dominanti”, sulla costituzione che altro non può essere che costituzione “in senso formale”, come tutte le componenti di quello che si chiama “diritto oggettivo”.

E infatti, pur nelle debite differenze con la situazione degli anni 1922-25 – anno quest’ultimo dell’entrata in vigore della legge attuativa del colpo di stato, con la fissazione delle attribuzioni e prerogative del “capo del governo” – va rammentato che i tratti comuni fra il lungo percorso che dal 1983 al 2005 ha portato dalla prima commissione “bicamerale” (Bozzi) alla legge di revisione della seconda parte della costituzione sottoposta a referendum di matrice “berlusconiana”, e il breve percorso che dal 1923 al 1925 portò dai lavori di una “commissione dei diciotto” presieduta da Giovanni Gentile “composta di fascisti e di vecchi liberali che al fascismo guardano con sincera simpatia e fiducia” alla dittatura del “primo ministro”, è testimoniato dal fatto che nei paesi del continente europeo (socialmente inadatti a conformarsi al modello “autoritario” del cosiddetti paesi di “democrazia classica” biunivocamente assunto sia dal “premierato” britannico che dal “presidenzialismo” nordamericano) il costituzionalismo liberale vive una crisi endemica suscettibile di configurarsi come l’anticamera di regimi di tipo reazionario a partire dall’alterazione dei rapporti tra “potere esecutivo” e “potere legislativo”, analizzati appunto dalla menzionata “commissione dei diciotto” detta anche “dei Soloni” composta di senatori deputati e di studiosi” per proporre al parlamento opportune proposte idonee a dare “preminenza all’esecutivo” in cui “tutta la vita dello stato si riassume” sotto la direzione di un numero limitato di persone “costituenti un’unità organica”, sul presupposto che le assemblee politiche per la loro origine e per la loro indole, non devono partecipare al potere esecutivo “né collaborando direttamente con esso né concorrendo alla scelta di coloro cui è affidato”: e ciò perché il potere “non può venire che dall’alto”, in quanto “dal popolo non possono venire che freni e limiti e controlli perché non può venire che una visione analitica e frammentaria e sopratutto contingente”.

Ribadite le debite differenze tra l’agonia dello stato liberale e il contesto in cui sono maturate le spinte date dai “riformisti” alla “rottura” costituzionale patrocinata dal centrodestra, va tuttavia evidenziato il rischio della apertura di una fase incontrollabile ove si rapporti la presenza scoperta di gruppi ostentatamente neo-fascisti nell’alleanza del polo di centrodestra al disarmo ideologico e alla assenza una organizzazione di massa di chiara impronta antifascista intorno al referendum costituzionale che seguirà l’esito delle elezioni del 9-10 aprile, cui pesano ambiguità di indirizzo politico comprendenti sia le scelte di governo dei due poli di centrodestra e di centrosinistra sia le scelte di revisione costituzionale che – al di là delle contrapposizioni verbose di una sguaiata propaganda volta a catturare voti, ambiguità che a differenza delle precedenti consultazioni sono destinate ad esplodere con esiti ben diversi da quelli connessi alla legge elettorale con collegi uninominali in conseguenza della modifica apportata dal governo Berlusconi ad un principio maggioritario che questa volta sarà imperniato sul ritorno al metodo “proporzionale” corretto con il “premio” di maggioranza (analogo, nello spirito pur se non nella forma, a quelli usati dai fascisti nel 1923 e dal quadripartito con la ben nota legge-truffa del 1953) in un tentativo di contenere le tendenze alla frantumazione di un bipolarismo contraddittorio e rissoso in entrambi i poli, peraltro votati a servire ideologicamente gli interessi di fondo del capitalismo internazionale e nazionale, a detrimento degli interessi dei lavoratori e dei soggetti deboli di questa fase di decadenza di civiltà.

 

Se l’eventuale successo elettorale di Prodi – che con le cosiddette “primarie” ha pressoché annullato l’ostentata differenza dall’arroganza plebiscitaria di Berlusconi – non può garantire una reale alternativa programmatica al centrodestra, parimenti pericoloso è che l’eventuale ripulsa referendaria della revisione costituzionale della forma di governo nel segno del “premierato” sia poi sconfessata dal centrosinistra che, nella sua articolazione di ben tredici gruppi di potere, non annovera nessun paladino dell’intangibilità della costituzione del 1948, poiché nei documenti che l’elettorato non è stato posto in grado di conoscere e valutare si afferma bensì che si vuole “salvare” la costituzione, ipocritamente però, con il sottinteso che respingere le scelte del centrodestra è la premessa per insistere nel riproporre quella strategia di “riforma della costituzione” che lo stesso centrosinistra ha gestito prima dell’avvento di Berlusconi e soprattutto del “maggioritario” che gli ha spalancato la strada sia del governo sia dello stravolgimento oggi incombente della costituzione, appunto dimenticando che il cosiddetto costituzionalismo liberale è autoritario e come tale suscettibile di far sfociare le sue crisi – che nel continente europeo si sono dimostrate endemiche – in esiti incontrollabili di tipo reazionario.

L’antitesi di fondo, infatti, non è tra le posizioni del centrodestra e del centrosinistra, ma tra la linea di attacco organico alla seconda parte della costituzione partita da sinistra in nome del cosiddetto “adeguamento” della forma di governo alle nuove forme della società, e il modello di “democrazia sociale” in cui la forma di “governo parlamentare” fondata sui partiti di massa ha puntato a distinguersi nettamente dai “governi di gabinetto” nel segno del superamento della tradizionale “separazione dei poteri”, per passare ad una concezione di “coordinamento” delle funzioni sotto l’impulso unificante del parlamento come luogo di istituzionalizzazione della sovranità popolare attivata dalle forze organizzate della democrazia di base, proprio perciò attaccata mediante la cosiddetta conventio ad excludendum per privare il parlamento del suo nuovo ruolo autonomo dal potere esecutivo, da cui è derivato il dispiegarsi delle più accentuate lotte sociali e politiche degli anni ‘67-75, anche nelle forme cosiddette extra-parlamentari.

Al punto in cui siamo, il centrosinistra finge di “difendere” la prima parte della costituzione avendo aderito alla concezione della forma di governo propria delle forze conservatrici con una delle numerose varianti che affascinano gli specialisti di “ingegneria istituzionale”, allenatisi da tempo in sottodistinzioni “procedimentali” con particolare riguardo alle varianti del modello del premierato britannico riferibili ai “segmenti” dei rapporti tra capo dello stato e capo del governo, tra capo del governo e consiglio dei ministri, tra potere esecutivo e potere legislativo, con logomachie sul potere di scioglimento delle camere e sul potere di controfirma ministeriale degli atti del capo dello stato che la teoria della “centralità” del parlamento aveva ridimensionato fino a travolgerle negli anni in cui specialmente in Italia i costituzionalisti erano stati costretti ad approfondire non più le modalità di dominio del governo, ma la natura dell’incidenza dei principi programmatici di socializzazione del potere sulle dinamiche dei rapporti fra forze sociali, forze politiche ed assemblee elettive, per incidere sugli assetti di potere canonizzati dalla cultura giuridica tradizionale in nome di una “continuità” ideologicamente ancorata, contro le prospettive della rivoluzione democratica.

Ora, rotti gli argini in nome del “riformismo”, ci si straccia le vesti per non avere saputo e potuto impedire che Berlusconi sfornasse con la maggioranza precostituita dalla legge elettorale uninominale non solo le leggi ordinarie ad uso e consumo del centrodestra, ma anche una revisione costituzionale che qualche giurista – silente quando la manipolazione della seconda parte della costituzione è stata avviata dalla commissione “bicamerale” presieduta da D’Alema – oggi giudica a sua volta “incostituzionale” per la virata inevitabilmente e più arrogantemente verticista del testo voluto da Berlusconi sul presupposto – ignorato nel 1997 quando il centrosinistra lavorando in accoppiata con il centrodestra anticipa l’idea di “sostituire” la seconda parte della costituzione investendo una ottantina di articoli – che l’uso della procedura di revisione previsto nell’art. 138 debba restringersi a singole norme o singoli istituti, non coinvolgendo una intera parte che è destinata a trascinare implicitamente l’intero quadro del sistema democratico nato dalla resistenza.

Si lamenta così nel deserto di una opinione pubblica frastornata da oltre un ventennio di inganni culminati nel 2001 nell’introduzione di un federalismo posticcio imposto da una legge costituzionale votata dal solo centrosinistra con il risicato scarto di quattro voti, che la riforma Berlusconi “esaspera” la primazia del premier attribuendogli il potere non già solo di dirigere ma di “determinare” la politica nazionale, di “nominare e revocare” i ministri, come conseguenza del plebiscitarismo insito nell’assunzione della carica di “primo ministro” dopo che la candidatura effettuata mediante “collegamento” con le liste dei candidati all’elezione della camera dei deputati abbia avuto il voto sufficiente a investirlo a quel ruolo che rende superfluo l’intervento del capo dello stato, onde l’anomalia che il premier potrebbe sulla base di una “fiducia presunta” presentarsi alla camera esclusivamente per illustrare il suo programma e imporre lo scioglimento di quest’ultima, in aggiunta alla possibilità di sottrarsi agli effetti della sfiducia eventuale – per la quale dovrebbe operare una maggioranza assoluta e non solo relativa” di voti – se nel computo della maggioranza sia determinante il voto dei deputati “non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni”. E l’enfasi sugli effetti di stabilizzazione/conservazione del principio maggioritario su cui si fonda il nuovo premierato (perciò definito dai suoi critici tardivi “assoluto”) si spinge al punto da ipotizzare la sostituibilità del premier dimissionario con un nuovo primo ministro ove nei venti giorni successivi venga approvata “dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni” una mozione nella quale “si dichiari di voler continuare nell’attuazione del programma” del premier dimissionario, il tutto per evitare quello che è stato demonizzato come “ribaltone” ritenuto come male endemico del bipolarismo discorde giunto all’acme della sua impotenza, e per sancire normativamente la delegittimazione ad incidere sulla struttura e funzionalità della forma di governo del premier di qualsiasi gruppo appartenente all’opposizione.

Si fa demagogica enfasi sulla figura del premier così blindato, ma non si fa cenno nelle critiche sommarie al vero vulnus cui mira l’elevazione del capo, consistente nella sopraffazione delle due camere mediante la preminenza riservata nel procedimento legislativo al governo su cui richiesta “sono iscritti all’ordine del giorno e votati in tempi certi” i disegni di legge “presentati o fatti propri dal governo stesso”, sinanco legittimato, decorso il termine, a “chiedere che la camera dei deputati deliberi articolo per articolo e con votazione finale sul testo proposto o fatto proprio dal governo”: soluzione che riecheggia in un pur diverso contesto il tipo di dominio antiparlamentare sancito nella citata legge fascista del 1925 (con cui il “primo ministro” diveniva “capo del governo”) mediante la norma per cui “nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due camere, senza l’adesione del “capo del governo”.

Ma quel che è più grave consiste nel fatto che (salvo isolate voci di giuristi peraltro inclini solo a “difendere” ma non a “rilanciare” nella sua integralità la prima parte della costituzione, come del resto i “comitati referendari” intitolati a Scalfaro) presso l’opinione pubblica si è preferito agitare i rischi della cosiddetta devolution imposta dalla Lega Nord, per non colpire l’immaginario popolare evocando una puntuale e preminente denuncia dell’incombere di un “cesarismo” che è stato messo in campo dal centrosinistra, disponibile a far propria una delle varianti storicamente affermatesi nello stato capitalistico – premierato, presidenzialismo, semi-presidenzialisrno, cancellierato – tutte o “pseudo” o “neo” parlamentari, come con mistificatorio eufemismo si sono accreditate le più recenti deviazioni dal governo parlamentare cui hanno acceduto le socialdemocrazie europee con l’esaltazione del cancellierato di Bonn.

Ciò ha potuto prendere piede a causa dei fumogeni che hanno accompagnato l’operazione più perversa, anticipata lanciandosi da sinistra quel “federalismo” che le forze genuinamente democratiche perché socialmente alternative al capitalismo dovrebbero respingere in linea pregiudiziale, anziché rilegittimarlo come equivalente delle cosiddette “regioni forti”: sicché ci si è abbandonati alla facile denuncia della “esclusiva” imposta da Bossi in alcune competenze “regionali” (sanità, scuola, polizia amministrativa) – la cosiddetta devolution, termine criptico non a caso – per fare accogliere come “senso comune” l’appropriazione di una modifica della “forma di stato” che, di fronte allo sviluppo del capitalismo, nulla rievoca della ottocentesca giustapposizione tra accentramento monarchico e decentramento repubblicano, essendo il federalismo, nel suo prototipo statunitense (conseguentemente “presidenzialista”), divenuto emblema di una “concentrazione” di potere per una “unità composta” di stati (che la Germania ha preferito denominare “regioni”) che fanno corona al centro che dà il nome allo “stato federale” vero e proprio, poiché contrariamente allo slogan secondo cui il federalismo “avvicina i popoli allo stato”, con la creazione degli stati-membri tramite i rispettivi “governatori” si viene a stabilire un primato degli esecutivi come “cornice allargata” di quel nucleo di potere dominante che viene enfatizzato come potere centrale e unificante.

Sicché, dato che il centrosinistra eleva alti lai contro la devolution leghista per coprire quel che si cela dietro 1’“ovattamento” della critica del “premierato” su cui v’è accordo nel centrodestra, va smascherata la scelta fatta da Ds e Pp e poi via via da tutti gli adepti dell’Unione compresa Rifondazione comunista sul cosiddetto ”superamento” del bicameralismo perfetto, che rappresenta una convergenza acritica su posizioni teorico-politiche contrastanti con la proiezione “istituzionale” della concezione della democrazia sociale perseguita dal Pci alla costituente in nome della “indivisibilità” della sovranità popolare e di una concezione “monocamerale” e non “bicamerale diseguale” (propria della tradizione soprattutto monarchica, di un parlamentarismo “classista” imperniato su una camera elettiva e su una camera a composizione mista e di secondo grado per riflettere le diverse forme della rappresentanza con una diversa incidenza delle forze sociali e politiche nella formazione delle leggi. Ciò che puntualmente è avvenuto nel progetto Berlusconi, senza che su ciò via sia stata pregiudiziale opposizione da parte del centrosinistra sulla scia del protagonismo “federalista” con cui si è creduto di contenere le spinte di un leghismo che – come era da prevedere – si sarebbe con più accanimento intestardito sulla devolution.

Si è così aderito ad una linea di revanscismo classista perseguita dalle forze anticomuniste negli anni successivi all’entrata in vigore della costituzione, perché la soluzione di “bicameralismo eguale” (come equivalente di un “monocameralismo” doppiato, per i timori atavici delle forze tradizionaliste di una sorta di “salto nel buio” derivante da una procedura legislativa senza “rimeditazioni”) si era rivelata comunque coerente con gli obiettivi univoci delle lotte parlamentari per la democratizzazione della società e dello stato. La soluzione federalista ha pertanto facilitato il ripristino camuffato del bicameralismo “diseguale” e “storico” che si concreta nella estromissione del senato dal circuito della responsabilità politica (per cui non può sfiduciare il premier), ridimensionando il senato (per composizione e funzionamento) per l’elaborazione di leggi di una sorta di “sottotipo” concernente i principi in cui è prevista la competenza “concorrente” delle regioni: completandosi così lo snaturamento che, sempre nel segno del federalismo, era stato provocato con lesione dei principi della prima parte della costituzione prima dalla commissione D’Alema e poi dalla legge costituzionale del 2001 (imposta come accennato dal centrosinistra), introducendo con il cosiddetto principio di sussidiarietà la legittimazione “dell’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale”.

Ma non solo ci si mostra indignati, come se il piano inclinato per l’affermazione della strategia del centrodestra potesse fingersi inesistente, perché nel prospettare salvezza e difesa della costituzione si ostenta una fedeltà del modello che, viceversa, è stata tradita con una contraffazione del modello elaborato dai partiti antifascisti nel 1946-47 perché riletto oggi nei termini consacrati dall’ideologia giuridica di stampo liberale, il che induce gli specialisti accademici a convergere da sinistra come da destra sullo stampino ormai collaudato in tante versioni di costituzionalismo avverso alla democrazia sociale, rappresentato dalla “responsabilità di governare” ascrivibile alla maggioranza, e dalla responsabilità di “controllare” riservato alla opposizione in un astratto “equilibrio” tra i poteri istituzionali mediante i cosiddetti checks and balances. Ciò che si legge nel “programma di governo 2006-2011 sottoposto da Prodi alla firma dei suoi eterogenei alleati, che però già nella conclamata “bozza Amato” condivisa dai segretari dei partiti del centrosinistra il 10 dicembre 2003, avevano optato per il “premierato” benché consapevoli del rischio che la scelta da parte dei cittadini della maggioranza e del futuro primo ministro potesse trasformarsi “in una delega totale ad un leader della sovranità degli stessi cittadini”, come puntualmente è avvenuto, accennandosi poi ad una “partecipazione” dei cittadini “anche nella vita sociale e nelle istituzioni” che altro non sarebbero che “consultazioni” (referendarie o simili) del tutto opposte nel significato consentito dalla forma di governo del premierato rispetto alla partecipazione che stava prendendo corpo negli anni ‘70 per dilatare la democrazia di massa imperniata sui partiti nella fabbrica e nello stato.

L’operazione ideologica in corso – con un Prodi che vuol rilanciare la legge elettorale uninominale-maggioritaria, e Rifondazione comunista che solo a parole si profila per la “proporzionale”, disponibile com’è all’abbattimento alla base del 5% nello spirito della passiva adesione al modello di cancellierato e di federalismo di Bonn – si compiace di un cosiddetto “neo-costituzionalismo” continuatore del tradizionale costituzionalismo liberale, e volto a cancellare il principio di sovranità popolare, per sostituirvi i cosiddetti “diritti fondamentali” enfatizzati come “elenchi” di valori assoluti formalmente, ma sostanzialmente privi di quella forza costituita dal “potere sociale” innervato nei “rapporti” che, nel modello della costituzione del 1948, sono stati individuati onde sottolineare quali antagonismi di classe condizionano il riconoscimento effettivo delle soggettività portatrici dei diritti civili, etico-sociali, economici e politici, a sostegno dei quali non basta certamente puntare solo sul ruolo dei giudici (ordinari e costituzionali) se non si istituisce una organica coerenza tra democrazia di massa, centralità del parlamento e autonomia della magistratura in quanto dipendente “solo dalla legge”.

In nome del liberalismo accoppiato al neo-liberismo si sta conducendo la democrazia alla sbarra, cedendo ad una impostazione ideologica che già era stata sconfitta alla costituente ove erano assenti esponenti neo-fascisti e il tanto enfatizzato “azionista” Calamandrei (divenuto poi alfiere della lotta al centrismo) aveva irriso la natura “programmatica” della democrazia sociale e puntato sul “presidenzialismo” di tipo nordamericano. E il costituzionalista inventore, negli anni ’50. del brocardo anticomunista della conventio ad excludendum”, proprio in questi giorni [Elia, La costituzione aggredita, 2005] non ha esitato a sottolineare che “il governo di legislatura corrisponde al sentire comune europeo, nel quadro dei regimi parlamentari esistenti”, addirittura rivendicando i meriti storici della legge italiana del 1953 che modificò la legge proporzionale per la camera con il premio di maggioranza, poi non scattato, e arrivando a proclamare – in stridente contrasto con la insistita “drammatizzazione” delle scelte di Berlusconi – che “non c’è contraddizione tra la netta opposizione di Prodi alla dittatura del premier stabilita con legge di revisione costituzionale e la proposta dello “impegno pattizio” dei partiti a sostenere la presidenza del consiglio nell’arco di un quinquennio”, prospettando così che l’alternativa reale tra Berlusconi e Prodi equivale all’alternativa tra arroganza ed ipocrisia come attesta nella identità di contenuti la differenza tra “modifiche costituzionali” e patti “impegnativi” soltanto avvenuto per i contraenti che – come in tutto il periodo che ha visto delegittimare i comunisti – sono suscettibili di coinvolgere attivamente anche in violazione delle norme costituzionali formalmente vigenti tutti gli organi costituzionali, a cominciare dai presidenti della repubblica.

Si sta cancellando la democrazia perché si sta ripristinando, come nell’800, il primato del governo e del principio di “burocratizzazione” dello stato – sia con il premierato, sia con il senato federale non elettivo e relegato al ruolo di assemblea di notabili estraniati dal potere di indirizzo politico esclusivo della camera dei deputati – sull’autonomia della società e sulla sovranità popolare irrisa con le plebiscitarie “primarie”. E mentre il relatore sulla forma di governo nella commissione D’Alema – dopo aver sostenuto la tesi del premierato forte ha smesso di “aver cambiato idea” per approdare però alla soluzione del cancellierato di Bonn [Salvi, in Costituzione, una riforma sbagliata, 2004], il capogruppo dei Ds alla Camera non esita a rilanciare lo spirito dell’intesa D’Alema-Berlusconi del 1997, sul presupposto che sia necessaria una “reciproca legittimazione” tra centrodestra e centrosinistra per una “democrazia decidente” che ci “liberi dall’antico idolo del parlamento legislatore onnipotente”, tramite una “commissione” di parlamentari e personalità non parlamentari eminenti per alte competenze, nonché esponenti di regioni, comuni e province, con il compito di proporre e poi redigere singole revisioni costituzionali che il parlamento potrebbe solo approvare o bocciare [Violante, in Lettera ai giovani sulla costituzione, 2008].

E ad accompagnare una complessiva degenerazione antidemocratica, sul versante istituzionale si aggrava l’attacco alla magistratura perché è il luogo in cui si è qualificata una cultura concretamente incisiva nell’applicare i valori “egalitari” della costituzione, e sul versante sociale si profila lo snaturamento del ruolo di quello che fu il sindacato di classe come appendice ancillare dei partiti di governo neofiti del primato del privato e della economia, mentre i lavoratori si vedono suggestionati dalle sirene vecchie e nuove che proclamano la centralità dei diritti civili, nel momento stesso in cui il “laicismo” si ammanta di ambigui fondamentalismi facendo il gioco dei “neo-cons” che tiranneggiano la “globalizzazione”.

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