REFERENDUM COSTITUZIONALE ipocrisia istituzionale

di Salvatore d’Albergo

 Facendo appello per un massimo di unità al fine di un NO nel referendum costituzionale che abbia la valenza del NO del popolo nel referendum costituzionale del 2006 – con una partecipazione che superò ampiamente persino il non richiesto “quorum” del 50% – contro quella che non è “revisione” ma “sovversione” dall’alto delle classi dominanti, pubblichiamo questo testo di Salvatore d’Albergo apparso sulla rivista “La Contraddizione” all’indomani del referendum del 2006 (luglio 2006).
Al fine di superare ed evitare un restringimento del “fronte” e della base sociale del NO alla revisione “renzusconiana” ed evitare la “sconfitta”, occorre quanto meno riferirsi e dare piena evidenza a quella importante intuizione di massa, che nel 2006 ha sconfitto non solo l’allora incombente disegno reazionario della “casa della libertà”, ma anche ogni prospettiva di “delegittmazione” revisionistica della Costituzione del 1948, avendo, in quel caso – diversamente che nei refrendum contro il proporzionale e in quello istituzionale del 2001 – portato il popolo alla rilegittimazione della Carta del 48, intuendo e respingendo le insidie della combinazione tra il predominio del governo sul Parlamento e il tentativo di ripristinare il principio di burocratizzazione, tramite il non elettivo “senato federalista”, il “premierato”e il predominio del governo sul Parlamento e, quindi, sulla società.
Impegnarsi e battersi contro l’Italicum e per un NO – nel referendum istituzionale – che abbia la “valenza” dei 15.780.000 NO “vincenti” nel 2006 all’opposto della “valenza” minoritaristica e insignificante dei 131.000 NO del referendum del 1929

Ipocrisia bipolare

Il rissoso scontro per la conquista della maggioranza parlamentare era destinato a incidere meno della frenata disputa referendaria sulla revisione costituzionale della Seconda parte della “carta” del 1948. I risvolti di una questione trascinatasi da un trentennio hanno tanto improvvisamente quanto tardivamente squarciato l’orizzonte sociale e politico: essendosi intravisti nel giro di soli quaranta giorni i contorni labili e sfuggenti in pantomime televisive dominate dal­l’ipocrisia bipolare delle cause di una crisi della democrazia italiana determinata passo dietro passo [fino a oggi – ndr], a partire dalla fine degli anni ’70. Quei partiti che avevano introdotto il metodo elettorale a dominanza maggioritaria dal 1992 a oggi, si sono trovati a fronteggiare la ricaduta arrogante e aggressiva della forma di governo del capo da essi incautamente auspicata nella irresponsabile sottovalutazione – culturale prima ancora che politica – delle implicazioni di un cosiddetto “aggiornamento” costituzionale, asseverando stucchevolmente per oltre un ventennio che la “carta” va “aggiornata” e “adeguata” senza indicare alcuno degli accennati “aggiustamenti”: “aggiornamento” perseguito con più improntitudine proprio mentre si installava nel nostro sistema socio-politico un mix estraneo e antitetico alla fonte ispirativa della costituzione del 1948 [“forzaitalia”, “leganord”, “exmissini” di “alleanza nazionale” con l’ag­giunta dei democristiani dell’“udc” (non casualmente rivelatisi oscillanti tra il “” e il “no” al referendum). Quello che si è taciuto colpevolmente da tutte le particelle del centrosinistra preoccupate solo di denigrare la “sgangherata” revisione del centrodestra, concerne il carattere di classe della alternativa assunta dalla costituzione del 1948 in rottura con l’esperienza dell’800 e del primo 900 e con il costituzionalismo borghese e liberale su cui si è innescato il fascismo. Reintroducendo così quella separatezza tra sociale, economico e politico che è alla base della tradizionale separazione dei poteri di un costituzionalismo chiamato liberal-democratico” per mera registrazione formale della diffusione del suffragio universale: come prova la rivendicazione che della liberaldemocrazia compiono nello stesso tempo sia paladini di “sinistra” che di “destra” di un costituzionalismo convenzionalmente denominato moderno appunto per camuffare una convergenza che è mistificata dalla identità dell’ideologia (giuridica) che accomuna tutte le correnti pseudo-democratiche che siedono a sinistra, e le correnti antidemocratiche che siedono a destra nel parlamentarismo prono al capitalismo. Nel prospettare le ragioni opposte di una scelta referendaria lasciata alla casualità di una maggioranza semplice indifferente a un astensionismo che in materia costituzionale ha effetti più devastanti che in materia di abrogazione delle leggi ordinarie, è stato accuratamente celato quale rapporto sia stato storicamente vissuto tra la unità dei principi e le dinamiche del conflitto sociale caratterizzato dalle dure prove cui la classe operaia è stata sottoposta dopo che le potenze occidentali hanno sostituito alla guerra al nazifascismo una campagna senza tregua al comunismo con il pretesto di contenere l’espansionismo sovietico. E tale occultamento è stato organizzato con la complicità eminentemente della cultura sia “accademica” che di partito,che ha addirittura cancellato dalla ricostruzione storica degli eventi del periodo 1945-1975 la portata degli aspri scontri che con varia intensità in Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Grecia e sopratutto in Italia – donde, appunto,la cosiddetta “anomalia del caso italiano” – si sono verificati per sottrarre la società agli imperativi assoluti del mercato.

Si è fatto di tutto da parte dei transfughi del Pci per annientare nella memoria storica del movimento operaio e dei cittadini democratici dopo trentanni dalla entrata in vigore della costituzione che le lotte per passare dall’astratto al concreto nel perseguimento dell’ideologia antifascista della trasformazione sociale e politico-istituzionale dell’ordinamento italiano avevano come caposaldo il pluralismo dei partiti e dei sindacati. Ciò era garantito dalla irrinunciabilità del metodo “proporzionale” puro: e quindi senza limiti di sorta nella rappresentazione istituzionale della società come pre-condizione della dipendenza degli esecutivi dalle assemblee di popolo e di lavoratori che nel tornante degli anni ‘60-‘70 avevano potuto avviare un attacco concentrico alla simbiosi tra governi Dc-Psi (il centro-sinistra con “trattino” come simbolicamente va precisato per non fare confusioni di comodo con l’attuale “unione”) e sistema delle imprese private e pubbliche. Sfociando dopo quasi un trentennio di forzature progressive partite dalla destra Dc e raccolte dal Psi, il progetto Berlusconi-Bossi di scomporre definitivamente il nesso tra democrazia sostanziale e democrazia di massa (già delegittimato dai Ds e Ppi con le “bicamerali” De Mita-Iotti e D’Alema che con l’introduzione del metodo elettorale uninominale/maggioritario sull’onda di una pericolosa rottura costituzionale), ha fornito all’elettorato italiano frastornato dagli anni 1992-93 alle elezioni parlamentari del 9-10 giugno scorsi per le ambiguità del cosiddetto “bipolarismo” l’occasione imprevista di cogliere nei tempi medio-lunghi di un quindicennio l’intollerabilità della prosecuzione di quel processo di delegittimazione.

Il vibrante “no” (referendario), uniformemente distribuito in tutto il paese, esprime con la carica dell’imprevisto e la incisività del suo radicamento la stessa potenzialità unificante che le lotte dei movimenti hanno trasferito ai popoli che con il referendum hanno recentemente detto no al progetto di “trattato per la costituzione europea”, facendo cioè culminare in una reiezione indeclinabile e perentoria gli eccessi di una provocazione “organizzata” nell’intreccio tra revisionismo storico e revisionismo giuridico attualmente imperante — se al di là di quel che sporadicamente l’istituto del referendum consente, l’organicità intrinseca dei contenuti del giudizio popolare sarà evocata per il superamento della frammentazione individualistica latente nell’istituto referendario prodotto della cultura liberale riponendo al centro della politica l’unità del “cervello sociale” frastornato dal populismo incautamente solleticato dai trasformisti del maggioritario/uninominale. Un elettorato che per un trentennio è stato tenuto all’oscuro dei maneggi delegati a gruppi di potere sostituitisi ai partiti di massa profittando della società mediatica per cancellare la sovranità popolare, con la dimensione del suo voto ha saputo cogliere i rischi devastanti di una perversione “istituzionale” alimentata da una collusione ideologica di un centrosinistra e di un centrodestra copertisi di contumelie solo quanto alle formale sciorinabili dalla “ingegneria costituzionale”, ma sollecite proprio nelle ultime battute dei colloqui televisivi e delle interviste accattivanti a disvelare impunemente coram populo l’intento di trovare comunque una convergenza decisionale; e ultimativa da quando è stata enfatizzato l’abbandono della proporzionale pura e l’introdu­zione del presidenzialismo lasciando ormai alle spalle il modello di democrazia sociale configurato nella costituzione del 1948, per un ritorno al costituzionalismo liberale dell’800 nelle mentite spoglie di un costituzionalismo “moderno” volto a edulcorare l’operazione ideologica di comodo per i gruppi di comando economico-finanziari e delle istituzioni politiche convergenti sulla traiettoria del centrosinistra. In una situazione rovesciata rispetto a quella del 1974 quando con un simile 60% fu sconfitto il primo referendum “abrogativo” della legge istituiva del divorzio, il 25-26 giugno registra la sconfitta del referendum “confermativo” di una revisione costituzionale la cui radicale illegittimità avrebbe dovuto essere impugnata con il rifiuto di promulgazione che l’ex presidente Ciampi non ha interposto, sicché mentre salvaguardando un nuovo diritto civile a suo tempo il popolo seppe integrare la politica di trasformazione della società sollecitata dai partiti di massa e dai sindacati concorrendo alla strategia della democratizzazione degli anni 1966-75, oggi il voto referendario in materia costituzionale indica i presupposti di una diffida popolare a quei partiti che in occhiuta separatezza dalle forze sociali hanno tramato nel chiuso del “palazzo” per allineare le istituzioni italiane al modello delle istituzioni degli altri paesi occidentali già conformi a quella “costruzione” europea che persino nei manuali giuridici viene emblematicamente caratterizzata per il deficit democratico.

 

 

Isolata l’arroganza

 

Compete ora alla cultura democratica e ai movimenti di lotta sui vari fronti del conflitto di classe assumere tale diffida come asse di una strategia non più meramente di “difesa” ma di “rilancio” dei principi di democrazia sociale che sono sotto attacco in modo diretto con la legislazione controriformatrice che da quando è stata introdotta la cosiddetta “legge finanziaria” sta portando ai suoi sbocchi finali la distruzione degli istituti di garanzia del lavoro e del salario sociale. Proprio perciò, allora, il nodo delle ambiguità che il voto popolare ha inaspettatamente masso a nudo è ben lungi dall’essere sciolto e occorre il massimo della vigilanza critica per contrastare il tentativo di consolidare e prolungare le mistificazioni in atto dalla fine degli anni ‘70 falsificando la lettura della repulsione del progetto del centrodestra come implicito avallo a una linea del centrosinistra che domani dovrebbe sfociare in una revisione “condivisa”, scambiando l’uso corretto della procedura dei “due terzi” prevista dall’art. 138 della Costituzione, come viatico per una alterazione del sistema parlamentare da imporre all’elettorato estraniato – su tale presupposto – dal referendum.

Incombe pericolosamente la minaccia annunciata pochi giorni prima del voto da quegli intellettuali paladini del “riformismo” che hanno invocato “un no per le riforme”, anzi “per una riforma migliore” al cui perseguimento si cerca ora di piegare l’interventi­smo del capo dello stato (introdotto da Cossiga all’inizio degli anni ’90) proseguito da un Napolitano posto alla fine in grado di svolgere attivamente quel ruolo che poté essere contrastato nel Pci. E poiché ha circolato negli ambienti dei Ds un documento informativo prospettante addomesticate ragioni per “votare no” – in vista di “una vera riforma costituzionale” – va sottolineato che la posta in gioco attiene a una questione che è stata accuratamente celata dal centrosinistra che ha diretto le operazioni “revisionistiche” sia nella “bicamerale” De Mita-Iotti sia nella “bicamerale” D’Alema, e precisamente la costituzionalizzazione della partecipazione dell’Italia all’Unione europea come forma politica e istituzionale di un federalismo volto a concentrare i poteri di vertice dello stato e delle regioni in nome del “mercato” — che viceversa il modello della costituzione del 1948 sottopone a tensione legittimando un inedito potere conflittuale innervato sui partiti di massa e sul sindacato di classe.

L’obiettivo del “piano di rinascita democratica” della P.2 risalente al 1975, era di contestare la forma di governo dotata per la prima volta in occidente di un potere parlamentare demonizzato come “integrale” o “assoluto” – quella che solo per un quinquennio (1970-75) ha potuto manifestarsi come “centralità” del parlamento nel raccordo tra forze sociali, forze politiche, e rete delle assemblee locali – in quanto per poter incidere sul sistema legislativo ereditato dal fascismo (il codice civile è del 1942); particolarmente sui principi che sotto il “titolo lavoro” consacrano la supremazia dell’impresa privata, si è innovato al “bicameralismo” imperniandolo originalmente sulla “parità” tradizionale anziché sulla “supremazia” del senato a detrimento della camera una volta che non si era potuto introdurre il “monocameralismo” perorato dal Pci sì da funzionalizzare il prolungamento istituzionale del procedimento legislativo alla continuità e coerenza degli indirizzi di lotta su entrambe le assemblee come è avvenuto negli anni 1948-78. Perciò per poter procedere “verso una nuova costituzione” con l’obiettivo essenziale di sostituire al primato del lavoro quello dell’impresa, si è operato tatticamente sul versante privilegiato della cultura istituzionale dominante ideologicamente tramite variabili affidate alla maniacale prolificità dei costituzionalisti, adusati a dividersi sulla regolazione dei segmenti delle relazioni tra capo dello stato, capo del governo, camera, senato e sulle attribuzioni (nomina, revoca, scioglimento) a proposito di competenze di organi o di funzioni normative (decreto-legge, decreto legislativo, legge). Ma essi sono univoci salvo rare eccezioni esplicitate solo in sede politica anziché accademica nel mantenere fedeltà ai dogmi del costituzionalismo liberale che si riassumono nella contestuale sequenza tra metodo elettorale maggioritario/primato dell’e­secutivo (premierato inglese o presidenzialismo americano, o semi-presidenzia­lismo francese, o cancellierato germanico) con emarginazione del parlamento entro i limiti del mero “controllo” sull’esecutivo con l’obiettivo di delegittimare le assemblee elettive come luogo di decisioni autonome dal potere di governo appunto per porre al riparo cinicamente il meccanismo di potere economico-finanziario da ogni possibile interferenza risalente al potere sociale interessato a emanciparsi dai vincoli tradizionali dello “sviluppo sostenibile”.

Gli “ex catto-comunisti” quando richiamano sinteticamente ma genericamente i “valori” costituzionali come “fondamentali” e “immodificabili” non fanno più alcun riferimento alle norme che condizionano la libertà di impresa e la proprietà privata al concetto di “utilità sociale” e di “funzione sociale”, con l’intento di revisionare la forma di governo parlamentare omologandola ai criteri che variamente sono stati applicati nelle costituzioni degli altri paesi occidentali; e adeguandola al verticalismo burocratico delle istituzioni europee: insinuando un ingannatorio richiamo alle origini della costituzione del 1948 per perseguire quel modello di “stato sociale”, che a sua volta viene mistificatoriamente chiamato in causa nell’aderire alle imposizioni dei “mercati finanziari” (e per essi delle istituzioni monetarie: Bm, Fmi, “sistema delle Bce sino alla Banca d’Italia), comandano la “cabina di regìa” degli esecutivi che, a loro volta, costringono i parlamenti e via via a cascata tutte le forme organizzate sociali e politiche degli stati a subire il diktat coinvolgente ogni àmbito della sovranità nazionali. In tal senso, l’ostentato e insistito richiamo all’art. 11 della costituzione – isolato dal contesto dei principi che dànno senso non solo militare ma anche sociale al ripudio della guerra – viene reso propagandistico ed effimero da quanti fanno dell’europeismo una bandiera che, coerentemente all’ideologia del mercato, esalta il nesso della Unione europea con la Nato annullando ogni tentazione di indipendenza dell’Europa dagli Usa. Con la conseguenza che chi a sinistra si agita per “un’altra Europa” deve evitare a sua volta di legittimare le separatezze tra sociale, politico ed economico che rischiano di secondare un consenso verso la “cupola” istituzionale che governa l’Europa sulla base di una diversa ma egualmente pericolosa via di subordinazione dei popoli alla catena di esecutivi espressione di un inestricabile groviglio che ripete la rete “transnazionale” delle imprese a sua immagine e somiglianza.

L’ampiezza e la qualità di un voto referendario che con la sua imprevedibilità è suscettibile di capovolgere il senso del voto referendario posto nel 1993 alla base dell’abolizione del metodo elettorale proporzionale, che ha permesso alla destra sociale e politica di prendere in mano le redini della politica, può superare le forti contraddizioni entro cui ha potuto maturare se si chiarisce tra le forze democratiche che per bloccare la formazione di governi neo-conservatori – di “sinistra” come di “destra” – e gli indirizzi legislativi che, con equivalente incidenza antisociale, distorcono la portata della Prima parte della costituzione. Cioè va rilanciata una strategia che assuma organicamente e allarghi le prospettive di tutti i valori della democrazia politica/economica/sociale su cui si è fondata la repubblica, avendo piena consapevolezza della necessità di riallacciare il discorso sulle istituzioni nei termini con cui esso è stato interrotto e poi rovesciato dopo la stagione delle lotte sociali degli anni ‘60-‘70, quando cioè non solo non si parlava di federalismo, ma ben al contrario era prevalsa la scelta di un regionalismo rivolto sia a coinvolgere il sistema delle autonomie locali in un processo riformatore dello stato centrale, sia a fare dell’intero sistema istituzionale l’asse di riferimento per saldare le strategie dei partiti di massa e del sindacato di classe in un processo di democratizzazione della programmazione economica. La revisione costituzionale imposta dal centrosinistra nel 2001 (e confermata da un referendum con la partecipazione del solo 34% degli elettori) dopo che per soli quattro voti era stato battuto in parlamento il centrodestra, ha inquinato il testo costituzionale del 1948 di un federalismo posticcio e in ogni caso esiziale da ogni punto di vista, sia per la codifica della subalternità costituzionale dell’ordinamento italiano all’unità europea, sia per la esplicitazione di un principio –— la conclamata sussidiarietà. In nome di essa, quale luogo destinato a qualificare i compiti di “stato, regioni, città metropolitane, province e comuni”, si è “innovato” – nei Principi fondamentali e nella Prima parte – stabilendo che in ogni livello istituzionale va riconosciuta “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”, laddove la menzione letterale dei “cittadini” è fuorviante per non far pensare in via immediata alla grande impresa anelante a occupare ogni forma di intervento nella società. Né basta, perché con la revisione del 2001 si è accolta la riforma presidenzialista già avviata localmente, fissando anche l’anticipazione del “premierato” che è equivalente al presidenzalismo prescrivendo che il presidente “nomina e revoca” i componenti della giunta, aggiungendo altresì una mozione di sfiducia il cui esito positivo determina lo scioglimento del consiglio secondo la logica del più vieto antiparlamentarismo.

Ne viene che la linea di indisponibilità a trattare di revisione costituzionale – dopo il no al voto referendario confermativo del 25/26 giugno 2006 – va imperniata su una pregiudiziale sin qui elusa dalla sinistra parlamentarista persino come mera testimonianza con riguardo all’essenzialità che in un “rilancio” della costituzione riveste il ritorno alla legge elettorale proporzionale perché, contro il falso mito della governabilità. Questa interessa solo al sistema delle imprese, e va perciò presidiata la democrazia pluralista che ha i suoi pilastri nella rappresentatività proporzionale dei sindacati [art.39 C.] e nella rappresentatività proporzionale dei partiti in parlamento e nella rete delle assemblee elettive: denunciando l’ipocrisia con cui in rifondazione comunista si richiama il nesso cancellierato/proporzionale con abbattimento alla base che in Germania ove è stato messo fuori legge il partito comunista si ricorre, a “grandi coalizioni” pur di reprimere l’influenza di forze politiche autonome collegate con gli interessi dei lavoratori. Si tratta di aprire una discussione di massa sul territorio a cominciare dai partiti e dalle organizzazioni sindacali di base, onde rivitalizaare non già assemblee costituenti o convenzioni di tecnici distanti dal popolo ma quella fonte della democrazia che oggi viene screditata in nome delle cosiddette “primarie”, meccanismi lobbistici che insidiano la democrazia come quei “comitati promotori” di referendum che negli anni passati hanno accreditato il ruolo controriformatore di vertici “modernizzatori” della borghesia suddivisi tra centrodestra e centrosinistra.

Ove poi le trame in corso per utilizzare l’esito del referendum, per un obiettivo opposto a quello conseguito contro 1’ultraventennale lavorìo anticostituzionale, va predisposta una battaglia culturale e politica per contrastare quell’orientamento “federalista” che va contro l’autonomia della base sociale per privilegiare la legittimazione dell’allargamento dei gruppi burocratici di potere attratti nell’orbita verticistica e incontrollabile delle istituzioni europee. Mentre, al contrario, per rispondere alle contraddizioni sempre rinnovantisi sul terreno dei rapporti tra gli esecutivi transnazionali e statali (centrali e periferici) si rende indispensabile dare un fondamento ben meditato sul terreno dei rapporti con gli interessi “diffusi” a quelle forme di potere “partecipativo” che non si limitino ai ristretti “bilanci comunali” estranei alle traiettorie in cui si espandono i poteri delle grandi imprese per coinvolgere l’intero assetto istituzionale. Tutto ciò, dalla pregiudiziale elettorale alla denuncia del federalismo con quel che ne segue sul piano della verticalizzazione presidenzialista, implica un approfondidmento teorico sulle alternative intrinseche all’antinomia tra questioni del “potere” e questioni dei “diritti”. La cultura del centrosinistra ha subdolamente alimentato tale antinomia in nome di una e unica “democrazia costituzionale”: ciò comporta la cancellazione di quella autonomia sociale senza la quale i diritti enunciano un cartaceo elenco di situazioni soggettive rese “astratte” dalla preventiva delegittimazione della lotte di massa indispensabili per creare quei nuovi “rapporti” di potere che rintuzzino il potere dominante per dare varco effettivo a situazioni soggettive “garantite” prima che dai giudici dal popolo sovrano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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