IN DIFESA DEL PARLAMENTO

Anche se non ancora corroborato dalla ricapitolazione del dibattito storico e recente svoltosi in Italia, sul ruolo e funzione del Parlamento, è talmente pernicioso il silenzio sulla grave lesione della democrazia che si produrrebbe con la riduzione dei parlamentari – di cui tacciono TUTTI come tacciono dell’art. 12 che sancisce la prevaricazione dell’esecutivo sul Parlamento, quindi sulla società e sulla democrazia – altro che la “democrazia partecipativa” propagandata dagli stessi che oggi tacciono – pubblichiamo un testo di Salvatore d’Albergo scritto per IL LAVORATORE.

IN DIFESA DEL PARLAMENTO

Centro studi IL LAVORATORE, Milano 08/01/2010

Salvatore d’Albergo

La riduzione del numero dei parlamentari punta a ben più gravi obiettivi di lesa democrazia e,  in ordine cronologico, è stata patrocinata (sempre indicando il n. di 400 evidentemente “magico” sia per il fascismo che per i revisionisti di oggi):                                                                                                                                   1) dalla legge 17 maggio 1928 n.1019 tre anni dopo l’istituzione del “capo del governo”(istituto del premierato introdotto nel 1925 dal mussolinismo rampante) e la relativa dittatura fascista (art.1) ; 2) dalla Bicamerale d’Alema; 3) dalla Legge di revisione costituzionale Berlusconi-Bossi respinta dal popolo nel referendum 2006… di cui è singolare che tutti i fanatici referendaristi tacciano sull’inutilità di tale voto visto che si procede contro il suo esito subito occultato e ancor oggi taciuto e che si continua a nascondere il vero obiettivo intrinseco alla riduzione del numero dei parlamentari….”

Si può rompere il silenzio e almeno discutere di tale e tali gravi manomissioni diacronicamente proposte da anni e sincronicamente recepite, in questi anni, da tutti (anche da “sinistra” e giuristi) ed oggi dalla governativa “revisione” ?

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Il capo dello Stato, rappresentante dell’unità nazionale, nell’ultima sua “esternazione” ha perorato la causa di un accordo parlamentare – concordato al Senato in Commissione ma tradito in Assemblea – per la revisione costituzionale della “forma di governo”, sollecitando di respingere il “semipresidenzialismo” e il Senato “federale” pattuiti tra Pdl e Lega Nord, a favore della – a suo dire – meno “radicale” intesa tra PDL, UDC e PD che, addirittura, negli ambienti di maggioranza viene etichettata come “riformetta”.

Va però richiamata l’attenzione sul fatto che tale intesa contiene a sua volta elementi di “radicalità antiparlamentare “: a cominciare dalla grancassa demagogica che accompagna il primo punto già votato dal Senato, e concernente il numero dei deputati, ridotto da 630 a 508, in nome di una pseudo-risposta alla c.d. “antipolitica” che lamenta con ben altri argomenti l’accesso di spesa per l’attività politico-parlamentare.

Perciò tacere dalle ragioni che insidiano il Parlamento con il potenziamento del presidente del consiglio e le limitazioni di autonomia dei gruppi parlamentari delegittimati a sfiduciare il governo se non in grado preventivamente di raggiungere un nuovo accordo contro il governo in carica (la c.d. “sfiducia costruttiva”), urge far sapere all’opinione pubblica che la riduzione del numero dei parlamentari punta a ben più gravi obiettivi di lesa democrazia, e quindi della politica.

Risulta infatti chic nella storia istituzionale italiana, nei momenti più delicati della sua crisi, patrocinatori di un numero evidentemente “magico” di 400 deputati sono stati, in ordine cronologico:

  1. la legge 17 maggio 1928 n.1019 tre anni dopo l’istituzione del “capo del governo” e la relativa dittatura fascista (art.1) ;
  2. il progetto di legge di revisione costituzionale della Commissione “bicamerale” D’Alema (art.85, primo comma);
  3. il progetto di legge di revisione costituzionale Berlusconi-Bossi in numero di 518 (art.56 secondo comma).

Ora, poiché il referendum popolare nel 2006 ha bocciato tale ultima ipotesi che coincide con quella adottata testè al Senato (508), è singolare che tutti i fanatici referendaristi tacciano sull’inutilità di tale voto, e che si nasconda il vero obiettivo intrinseco alla riduzione del numero dei parlamentari:

obiettivo coincidente con la riduzione della funzione legislativa delle Camere, a cui il Governo può imporre come “priorità” all’ordine del giorno della Camera il disegno di legge indicato dall’esecutivo, fino al punto di consentire al Governo di chiedere alla scadenza del termine che il testo proposto sia approvato “senza emendamenti” e con votazione finale.

Né basta, perché contro il bicameralismo “eguale” si affaccia il progetto di bloccare il ruolo del Senato, che solo su proposta di una percentuale dei suoi membri, potrebbe evitare l’approvazione implicita, cioè senza discussione, del progetto trasmesso dalla Camera alla scadenza di 15 giorni.

Si può trovare il modo di discutere una manomissione così grave?

E’ ammissibile una deriva di tipo autoritario, mentre si parla (come se potesse avere senso in tale contesto) di democrazia partecipativa?

 

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