LA “SPADA DI DAMOCLE” DELLE AGENZIE DI RATING

Tra criminalità economica delle bancarie società anonime per azione e il famigerato  “governo per agenzia” di “diritto privato,  anticostituzionalmente “copiato” dalla inglese patria storica della c.d “democrazia costituzionale”

 Tra golpe del 2011 e la “cloaca” Banca Morgan che non ha “consigliato” ma ordinato al governo Renzi di “cambiare la costituzione” essendo di “troppa di democrazia sociale” e  

LA “SPADA DI DAMOCLE” DELLE AGENZIE DI RATING

«L’Italia ha bisogno di ulteriori riforme (..) l’allungamento dell’età pensionabile a partire dal 2008 (..) è un passo nella giusta direzione. Ma non basta (..) Il grosso dei risparmi sarà nel medio o lungo periodo, e questo è incoraggiante. Ma la preoccupazione adesso è sul breve periodo. Servono nuovi e consistenti tagli alle spese (..) previdenza inclusa».

La solita ricetta di qualche esponente del centrodestra o del centrosinistra per “risollevare l’economia”? Un altro dei liberisti “moniti” del governatore della Banca d’Italia Fazio, “rigoroso” finché si tratta di toccare le tasche dei normali cittadini, non altrettanto se ad essere sotto accusa sono le speculazioni (vedasi anche vicende obbligazioni argentine e Cirio) delle grandi banche? Nossignori. A fare i conti al bilancio dello Stato è Konrad Reuss, della agenzia statunitense di rating (valutazione crediti) Standard & Poor’s.

Piccola notazione di chiarimento. Il rating, concepito agli inizi del Novecento negli Stati Uniti, è definito in ambito finanziario come giudizio sulla capacità di un debitore-impresa o di uno Stato nel far fronte puntualmente al pagamento del capitale e degli interessi, relativi ad una determinata emissione di titoli. In sostanza, si presenta come una mera opinione sul grado di solvibilità finanziaria del soggetto Stato od impresa. Apparentemente.

Il giudizio sopra riportato pone sotto i riflettori il debito pubblico italiano. Konrad Reuss, direttore esecutivo della S&P’s per i giudizi sui debiti pubblici degli Stati del continente europeo, intervistato dal Corriere della Sera (14 settembre 2003), minaccia di declassare l’Italia se non si appronteranno «misure più rigorose». Le conseguenze non sarebbero di poco conto per il bilancio dello Stato, e secondo il direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi, se ciò dovesse accadere, «altro che finanziaria di sviluppo. Servirà ben altro».

Sempre il Corriere della Sera (22 settembre 2003) rileva come, in caso di riduzione del rating, le emissioni di titoli dello Stato come BOT, BTP, ecc., saranno più costose. Crescerà la spesa per interessi, dunque il deficit annuale di bilancio. E non di poco, se consideriamo la quantità di titoli emessi a fronte dell’alto livello di debito pubblico italiano.

I titoli statali non sarebbero inoltre gli unici a dover sborsare maggiori interessi. Il “declassamento” si ripercuoterebbe a cascata sul costo delle emissioni dei titoli obbligazionari –dunque sul loro livello d’indebitamento– delle imprese partecipate dallo Stato (tipo Eni, Enel, Finmeccanica, Patrimonio ed Infrastrutture Spa, ecc.) nonché degli enti locali, che anche a causa della progressiva diminuzione dei trasferimenti statali (effetto dei vincoli finanziari del Patto di stabilità europeo) si rivolgono sempre più a capitali privati. Il Messaggero (21 settembre) valuta a circa 10mila miliardi di (vecchie) lire il valore delle loro emissioni obbligazionarie. Emissioni effettuate anche con il concorso –sicuramente non disinteressato– di banche d’affari statunitensi, previa valutazione di “affidabilità” delle solite agenzie di valutazione crediti. Le quali sono in definitiva tre: Moody’s, Fitch e la già citata Standard & Poor’s, tutte statunitensi.

La pratica della sottoposizione a rating non è solo in Italia di recente data (sostanzialmente gli anni ’90). Si è stimato che mentre nel 1984 queste non disponevano di alcun analista fuori degli Stati Uniti, già nel 1993 la sola Moody’s elargiva giudizi sulle emissioni statali e d’impresa di più di 90 paesi. Effetti del libero operare delle regole di mercato? Nossignori. L’effetto indotto da precisi accordi politici, come quelli di Basilea del 1988, recepiti nelle normative del processo di unificazione (monetaria) europea. Che, ancora una volta, si dimostra funzionale all’americanizzazione del complesso della società italiana –nel caso in questione, il sistema finanziario–. Americanizzazione che significa anche permeabilità a condizionamenti esercitati d’oltre Oceano.

Gli insindacabili giudizi delle agenzie di rating si rivelano nella pratica, infatti, mezzo di pressione politica su Stati od imprese, per le finalità più recondite. Lo conferma implicitamente lo stesso Reuss, che dichiara all’agenzia di stampa Bloomberg (ripreso da Il Messaggero del 23 settembre): «Il prossimo anno o due saranno importanti per vedere se ci sarà un cambiamento vero di tendenza per quanto riguarda il bilancio, altrimenti direi proprio che il rating deve rimanere sotto una spada di Damocle».

E si potrebbe continuare con gli esempi. Basti pensare alla questione dell’indebitamento Fiat, esplosa in concomitanza con le minacce di Moody’s (poi materializzatesi nel dicembre 2002, e reiterate nel marzo 2003 anche da Fitch e Standard & Poor’s) di declassamento al rango di “Junk” –spazzatura– delle obbligazioni Fiat. Il cui debito era sì elevato, ma non tale da comportare immediati problemi di insolvenza finanziaria, essendo le scadenze a lungo termine. La conseguenza del declassamento: l’impossibilità per le obbligazioni Fiat (il 40% circa del debito totale) ad accedere al portafoglio dei fondi d’investimento. Dunque l’obbligo dei fondi di venderle, con conseguente abbassamento delle loro quotazioni di mercato e la chiusura di vitali canali di finanziamento per l’azienda degli Agnelli, lasciati in mano alle banche.

Altrettanto istruttivo il declassamento dei titoli di Stato italiani sanzionato a più riprese da Moody’s negli anni 1992-93 (quelli della svalutazione della lira, che rese, guarda caso, la privatizzazione delle imprese di Stato molto più appetibile agli investitori esteri, in primo luogo statunitensi). Nel marzo 1993, addirittura l’allora Presidente Scalfaro chiese pubblicamente se Moody’s non intendesse «destabilizzare l’Italia».

In definitiva, tali agenzie non vestono affatto i panni di “giudici indipendenti” del grado di solvibilità dei debitori. Ad avvalorare questa convinzione non ci sono soltanto le ripetute dimostrazioni d’incapacità nel prevedere crisi finanziarie come quella della multinazionale Enron, giudicata, cinque giorni prima della dichiarazione formale di fallimento, impresa dotata di «capacità di rimborso solida ed adeguata». Lo mostra soprattutto il fatto decisivo che i loro giudizi negativi aggravano la situazione finanziaria dei malcapitati, chiudendo canali di finanziamento o innalzando, nel migliore dei casi, i costi delle emissioni di titoli. Sorte, quest’ultima, che presumibilmente toccherà allo Stato italiota, e le cui conseguenze si riverseranno a catena sulla popolazione di questo paese. Fino a quando questi ed altri nodi della dipendenza non verranno messi in discussione, operando di conseguenza.

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