L’arte politica anticostituzionale

Angelo Ruggeri

Pericoli e scopi della congiunta“abrogazione” del “governo Parlamentare” edello “Statuto dei lavoratori”innestata dall’abolizione dell’articolo 18:coniugare autoritarismo “sociale” dell’impresa e autoritarismo “politico” delle istituzioni. Con annessa l’ennesima Truffa elettorale volta a introdurre il bipartitismo e il  presidenzialismo-bipartitico

 

Lo stato fascista è corporativo o non è fascista (Mussolini, 1-10-1930)

Chiunque non voglia rinunciare a mezzi di produzione e rapporti sociali capitalistici non riuscirà a disfarsi del fascismo, ed anzi finirà per averne bisogno (Bertolt Brecht)

 

Completa è la sudditanza di forze politiche e sociali, governo e istituzioni, di fronte alla pretese delle forze imprenditoriali e del governo: “in nome del popolo” smantellano la sovranità popolare (Salvatore d’Albergo, “Un golpe strisciante”, intervistato dal giornale settimanale “Il Lavoratore/oltre, 17 luglio 1992).

“Hanno aperto una voragine contro la democrazia, in cui si sono infilati il PCI e il Pds di Occhetto, Napolitano e Ingrao, nonché la Rete di Orlando, illusi tutti di interpretare correttamente una domanda sociale che non era affatto contro la “partitocrazia” ma era bensì contro la riduzione della democrazia (Salvatore d’Albergo, settimanale il Lavoratore/oltre, 18 settembre 1992)

Non è “revisione” costituzionale ma antisociale sovversione dall’alto delle classi “dominanti”, non più  “dirigenti”

Il governo come variabile indipendente dalla società e il potere di indirizzo (del parlamento e dell’intera politica) come spettante e riassunto esclusivamente nel potere di direzione e di iniziativa dell’esecutivo e che omologano i regimi di tipo  detto “democratico” ai regimi di tipo autoritario e totalitario,  sono già stati inseriti nella c.d. “revisione” costituzionale (art. 27, rigo 12)

Quello a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, con la c.d “revisione costituzionale” destinata a sovvertire l’intero sistema sociale e non solo quello politico, in modo congiunto e inconfutabilmente connessa sia all’abrogazione del valore e del significativo dell’art. 18, per pervenire all’abrogazione dello Statuto dei lavoratori, nonché alla reiterazione di una legge elettorale che, mutatis mutandis, poco o nulla ha da inviare alla mussoliniana legge elettorale Acerbo (che nel 1923 abolì il proporzionale, come si tentò di fare con al Legge truffa del 53 e si fece nel 1993), non sono né “riforme” né “revisione” ma è sovversivismo dall’alto delle classi “dominanti”.

Classi “dominante” e non più classi “dirigenti” che per legittimarsi necessitano di ristabilire il dominio dall’alto, e per farlo non esitano a ricorre alle idee e alle forme di potere della storia reale di un paese, l’Italia, che già una volta affossò il suffragio popolare proporzionale appena conquistato, aprendo la strada al periodo più drammatico e buio della storia, che già una volta diede vita al regime del “governo del capo” con l’introduzione dell’istituto presidenzialistico del “premier, un regime, quello fascista, che nella storia reale del Paese non va identificato solo con la “violenza” ma anche col consenso di massa che è stato capace di ottenere e soprattutto con le forme del potere,  specifiche e spesso innovative, tramutanti l’autoritarismo nel totalitarismo del mussoliniano “partito della nazione”,  stante il nesso irrefutabile tra Stato autoritario e stato totalitario.

Per lottare occorre prima capire e capire perché e per che cosa

Aprire una nuova fase di comando dall’alto oggi significa restaurare le forme di potere che originano dall’idea che può portare a qualsiasi altra forma e modo di debordo dalla democrazia, secondo cui – operazione condotta da destra e da sinistra –  gli “esecutivi” riassumono in sé tutta la politica (col potere di indirizzo e di iniziativa che viceversa la Costituzione attribuisce al Parlamento ed anche ai singoli parlamentari), dirigono le rappresentanze politiche che non debbono sfuggire ma essere sottoposte al ruolo di comando degli apparati serventi dello stato.

 

Ovvero restaurando quella forma organizzata del potere che in Europa e in Occidente presentano in forma diversa una identica idoneità a governare, proprio come la “governabilità” – che è il punto teorico di omologazione di tutte le forme di organizzazione del potere, comprese quelle di democrazia “formale” – che è ovunque intesa come funzione sostitutiva di pochi a molti, come restringimento anziché allargamento della società, come arroccamento di grandi centrali di potere dietro le forme apparenti della democrazia.

A questo si perviene con degli esecutivi che diventano variabili indipendenti dalla società, che in questi giorni è stato notato diventando un refrain anche di giornali che a proposito del  renzusconiano governo attuale hanno asserito: “il governo dimostra che da ora in poi dalla società o dalle sue varie componenti possono alzarsi proteste o obiezioni ma il governo chiuso nella cittadella della politica (in quanto “blindato” dal maggioritario, aggiungiamo noi) procederà senza nemmeno vagliare né obiezioni né proposte”.

Ora, l’idea dominante che perviene alla conseguenza di fare dei governi, degli esecutivi delle variabili indipendenti dalla società e che finisce con l’omologare –  tramite e specialmente nei momenti di crisi o di emergenza addotti a giustificazione – i regimi di tipo autoritario e reazionario con i regimi di tipo detto “democratico”, è quella secondo cui il nucleo di fondo del potere di governare come potere di “direzione” o di determinare “l’indirizzo politico” , è il potere di iniziativa: termine con il quale si intende legittimare l’esclusiva (nei regimi autoritari) o la preminenza  (nei regimi di cosiddetta “democrazia” formale), del potere governativo: tanto che non si esita ad affermare addirittura che il potere di indirizzo politico si riassume nel potere di direzione e di iniziatica dell’esecutivo, che viceversa secondo il nome stesso che porta e secondo la Costituzione dovrebbero eseguire, appunto, la volontà popolare tramite il governo parlamentare sancito dalla Costituzione che attribuisce il potere di iniziativa e di indirizzo al Parlamento ed anche ai singoli parlamentari.

Orbene proprio questa idea – che omologa i regimi di tipo autoritario e reazionario con i regimi di tipo “democratico”, con l’esclusiva e la preminenza del potere governativo – è il nucleo più grave e più determinante presente nel progetto renzusconiano di revisione costituzionale in senso autoritario, essendo previsto addirittura che il potere di indirizzo (del parlamento e dell’intera politica) spetta e si riassume nel potere di direzione e di iniziativa dell’esecutivo di tutta la politica, stante che non solo già oggi le Camere sono impegnate esclusivamente a “seguire” l’iter e discutere solo progetti dettati dal potere di iniziativa e di direzione dell’esecutivo dell’attuale governo, cosa attualmente anticostituzionale ma che si vuole costituzionalizzare, ma che è previsto nella c.d. “revisione” costituzionale, in cui :

“il dominio del governo sul Parlamento è stato inserito di soppiatto – come ha “scoperto” e denunciato Salvatore d’Albergo – nella “revisione costituzionale”, nel rigo 27 dell’art. 12, dove si è assegnato al governo il Potere di chiedere all’organo del “monocameralismo” cioè alla Camera, di deliberare che “un disegno di legge, INDICATO COME ESSENZIALE per l’attuazione del programma di governo, SIA ISCRITTO CON PRIORITÀ all’O.d.g. e sottoposto alla votazione finale entro 60 giorni dalla richiesta”, con quel che segue.

“L’istituto del “voto a data certa” introdotto dal disegno di legge costituzionale, evoca del resto la cultura istituzionale sottesa alla previsione dell’art. 6 della Legge 24 dicembre 1925, n. 2263 che condizionava gravemente l’autonomia del Parlamento, attribuendo al Capo del Governo il potere di determinare la formazione dell’ordine del giorno delle Camere”

(Gaetano Bucci, “Parlamentarismo senza parlamento: a proposito dell’attacco al bicameralismo perfetto”)

Infatti, in tal modo, nel silenzio omertoso di quanti dicono di essere contrari alla “deriva autoritaria” o c.d. “democrazia autoritaria”, è stata già introdotta l’alterazione della forma di governo parlamentare, sia mediante il “monocameralismo” (in realtà con due camere diverse, di cui una non elettiva, si restaura lo storico e pre-moderno “bicameralismo perfetto”), sia mediante il ricorso ad un metodo discriminatorio tra governo e parlamento e le forze politiche, addirittura rievocando il principio introdotto dal fascismo in nome del primato del capo del governo, detto appunto regime del governo del capo, del Dux. (L. 24 dicembre 1925, n. 2263 – N. 2531, in Gazz. uff., 29 dicembre, n. 301)

Nel vuoto di analisi politica, giuridica, sociale e culturale, nell’accettazione dell’assunto ideologico “governativista” che trascende le stesse forme differenziali delle forme di stato – in qualunque emisfero, qualunque tradizione sociale rifletta: partito unico o bipartitico, regime totalitario o di autoritarismo proprio dello stato liberal/democratico, socialdemocratice o di c.d. “socialismo reale” – si può comprendere quali gravi errori di teoria e di prassi abbiano commesso le pavide ed imbelli forze che dicono di richiamarsi al movimento operaio, che dagli ultimi decenni del 900 ad oggi, o come porta bandiera o supinamente e di fatto hanno accettato un altro e nuovo trasformismo insito inevitabilmente nell’antiproporzionalismo, quale quello che dagli ultimi decenni dell’800 ha via via aperto le porte e infine portato all’affermazione del diciannovismo e al dominio totalizzante del partito della nazione, capeggiato dal capo del governo (detto Dux).

 La mistificazione della c.d. “divisione dei poteri”

Soprattutto si può ben comprendere il valore differenziale del modello di stato-comunità e di Costituzione come quello italiano assolutamente unico nel panorama internazionale, che ripudia lo stato inteso come governo, con la centralità del parlamento e del governo parlamentare, non rispetta ed anzi altera quell’assunto ideologico col quale in realtà si arriva a mistificare con tanta grossolanità anche la cosiddetta teoria delle “divisione dei poteri”, perché il potere esecutivo in verità è il potere dominante di tutte le istituzioni statali di qualunque forma di governo – presidenziale o parlamentare, pluripartitico, bipartitico o di partito unico.

Tutto questo viene reso e sarà reso sempre più e bene evidente con l’attuale governo di Re-Travicello del capitale, che già nella “revisione costituzionale” attribuisce potere di dominio del governo sul Parlamento e nelle cui intenzioni il potere esecutivo dovrà essere dominante su tutti gli altri poteri, persino sulla Corte Costituzionale di cui o solo già ora non tiene in alcun conto le sentenze ma come ha lui stesso dichiarato ( per assoggettarla al primato dell’esecutivo intende mutarne il ruolo, la funzione e la composizione. In tal modo rendendo palese la mistificazione della divisione dei poteri cosi come questa era stata resa evidente dal regime fascista del partito della nazione: un potere esecutivo dominante ancora una volta tramite un partito della nazione: per questo l’ex direttore del Corsera, De Bortoli, ha dichiarato: “il partito della nazione di cui parla Renzi fa tremare i polsi”.

Donde l’attuale e congiunta campagna di giornali, governo e UE contro la sentenza della Corte sulla frode perpetrata contro le pensioni e il “me ne frego” avvallato dalla rimborso-truffa del governo, ma ancor più – a dimostrazione di come l’attuale esecutivo intende sovvertire la democrazia e l’ordinamento Costituzionale e sancirsi come esclusivo potere dominante – fanno testo le dichiarazioni (Repubblica, 22.5.2015) del ministro Padoan, uomo del capitale finanziario, che hanno dell’”incredibile” se non fossimo in tale fase di sovversione reazionaria, il quale, accusando la Corte costituzionale di non aver tenuto conto dell’incidenza sul bilancio della decisione di anticostituzionalità della truffa perpetrata dalla Fornero a danno dei pensionati, ha ben espresso quel che è da sempre è il pensiero del corporativismo fascista del capitale finanziario: ovvero che tutti i poteri dello stato debbono essere abdicati ai tecnici degli istituti di credito e dei governi del capitalismo finanziario, cancellando ogni traccia di valori e di giustizia sociale e di “economicità pubblica” propria della nostra Costituzione, al coperto del dominio esclusivo del governo a favore della “economicità privata” che, all’opposto della “economicità pubblica” (fondata sulle funzioni obbligatorie e i fini di equità e rispetto delle regole) è fondata esclusivamente sui criteri di “bilancio costi-ricavi-profitti” – nel cui nome di può ben giustificare anche una truffa e pure l’imperante e crescente criminalità economica – propri dei poteri autoritari e gerarchici dell’impresa, a cui devono attenersi e applicarli tutti gli organi dello stato, Corte costituzionale compresa, avendo tutti optato per la “costituzione economica” Maastricht della UE di liberisti e riformisti “europeisticamente” uniti, in sintonia con i potentati economico-finanziari.

Al punto in cui sono le cose, e proprio perché con studiata genericità si tende ad affermare che avendo tutti optato per i valori del mercato, non “tiene” più nessun modello istituzionale, occorre riconoscere che la situazione richiede un tipo di impegno anche teorico rivolto ad individuaare il senso di un processo incline da tempo a spostare l’asse del potere verso i vertici di governo e delle loro proiezioni sovranazionali. Donde che il capitalismo internazionale non poteva tollerare l’“anomalia” italiana che per la prima volta nell’esperienza costituzionale dell’Occidente, ha articolato una rete di rapporti istituzionali collegati al popolo. Puntando cioè a far prevalere le assemblee elettive contro i canoni del costituzionalismo liberale volto a far prevalere l’autonomia degli esecutivi dalla società e dalla sovranità popolare. Assemblee che dal territorio al centro dello Stato, operavano da ponte rispetto alla base sociale che perciò è divenuta “sovrana”’.

Si che al fine di rendere ancora più incisiva e vincolante il principio della sovranità popolare “Salvatore D’Albergo e diversi movimenti, in occasione nell’installazione dei missili a Comiso promossero ed elaborarono una legge di iniziativa popolare per l’introduzione con legge ordinaria di un referendum politico deliberativo sugli atti esecutivi del governo a partire dalle misure in ambito di politica militare (un ambito che ha grandi riflessi sulle limitazioni alla sovranità popolare) e l’istituzione in parlamento di corsie preferenziali per le leggi di iniziativa popolare (proposta di legge avanzata dal Comitato per il diritto “della” pace di Tradate e presentato in sede Parlamentare da S. d’Albergo e Angelo Ruggeri), al fine di contrastare le politiche governative che prendendo a pretesto logiche emergenziali declinano le scelte politiche in senso autoritario” (Angelo Ciampi, intervento alla manifestazione della Controbolognina a Bologna, 25.04.2015).

La proposta, che oggi acquista una valenza ancora più attuale visto lo scardinamento dell’impianto originario della Costituzione, intende conferire un significato di più stretto raccordo tra governanti e governati, tra società politica e società civile, ribaltando il potere dall’alto con la legittimazione di un potere deliberativo e assolutamente non consultivo: il popolo è il sovrano che decide, invece di essere consultato da un potere dall’alto che in tal modo diventa o si crede Lui il sovrano.

Abrogare il “caso italiano” per sovvertire la democrazia sociale

Attraverso l’analisi comparata e differenziale del nostro modello di stato-comunità, rispetto alle forme di stato inteso come governo, vale a dire, quindi, stato come governo di apparati, di burocrazia e anche di polizia nazionale e internazionale, si può meglio intendere come forze e poteri capitalistici internazionali e nazionali, palesi ed occulti, abbiano da subito tramato per abrogare quello che hanno loro stessi definito il “caso italiano” di “democrazia troppo avanzata”, che secondo la Commissione Trilateral (Rapporto della commissione Trileral, del 1973,”La crisi della democrazia”, Prefazione di Giovanni Agnelli, Franco Angelo), come del resto ogni forma di democrazia politica che non sia residuale e non permetta di usare sfrenatamente tutti i sotterfugi adottabili al coperto del regole del codice sulle società per azione,  è incompatibile col capitalismo in quanto rende impossibile una “governabilità capitalistica”, che è la chiave di volta degli interessi alla stabilità del capitale.

Donde l’esigenza di contenere gli effetti del suffragio universale tramite il sistema dei premi di maggiorana anche a forze minoritarie sia nei voti che nel Paese, per rendere forti e stabili gli esecutivi di governo, in quanto col maggioritario ogni governo viene “blindato” e può cadere solo dall’interno, per dissensi o divisioni interni al suo schieramento, sì che mentre col proporzionale uno sciopero generale era in grado di far cadere un esecutivo contrario agli interessi sociali e popolari, viceversa, come insegna quanto è accaduto dal 1994 con il governo berlusconiano, che in quanto “blindato” non è mai caduto nemmeno di fronte alle più vaste manifestazioni espressive della contrarietà al governo da parte della grande maggioranza della società.

Donde che dalla stessa Trilateral in nome dell’esigenza di contenimento degli effetti delle lotte degli anni 60-70 ha lanciato la strategia – che nella sua escalation arriva alla fase attualmente in corso – con la parola d’ordine di “ridurre la complessità” della democrazia”, cioè la democrazia tout court.

“Ciò che sorprende è come sempre meno ci si interroghi su ciò che c’è da capire nella realtà del pensiero, della cultura, della politica, della società in questo mondo,  per certi versi mutato vertiginosamente nel corso degli ultimi anni ma in fondo rimasto eguale al passato”
(Francesco Astengo)

In effetti per lottare occorre prima capire cosa accade e il perché e contro che cosa occorre condurre una lotta che per essere vera deve essere sia teorica che pratica, contro la borghesia capitalistica. Quella a cui stiamo assistendo è una fase della strategia di cui sopra, volta a sovvertire la democrazia, a realizzare una sovversione dello Stato inteso come comunità, instaurando ancora un regime di stato-governo, di stato inteso come “governo” che l’Italia ha abbattuto e superato, con la Resistenza antifascista, costituendo uno stato-comunità con la Repubblica delle autonomie istituzionali e sociali e la legge fondamentale dello stato voluta dai padri costituenti, che sono la base stessa della democrazia fondata per la prima volta nella storia d’Italia, dopo la sconfitta degli stati-governo nazi-fascisti.

Con la sovversione di ben 49 articoli della Costituzione antifascista e l’introduzione di valori opposti a quelli che hanno dato forma istituzionale alla strategia sociale dell’antifascismo non si può certo parlare di “revisione” come fanno giornalisti, giuristi, sociologi e politologhi conservatori e reazionari, in nome dell’europeismo restauratore di una UE che non è nemmeno uno stato-governo, ma ha instaurato quel che è solo e persino un “governo” senza stato, verso cui si protende il piano di “riforme” e di “revisione” al termine del quale, se si completasse, resterebbe di fatto in piedi, come potere esclusivo, l’istituto del “governo” .

Anche se l’espressione non ci piace e non ci appartiene, c’è da restare “basiti” – usano dire – a leggere un Galli della Loggia che sul Corsera scrive “Chi l’avrebbe detto all’inizio che la seconda Repubblica ci avrebbe condotti allo Statuto Albertino senza partiti e solo col governo a un trasformismo come quello degli ultimi decenni dell’800?

Come non sapere, chiediamo noi, che il revirement di regime elettorale antiproporzionale, di opinioni, di idee politiche, avrebbe condotto esattamente a quello di cui oggi si sorprende l’editorialista del Corsera consimile di quello di Albertini nel periodo fascista?

Per evitare che le spesso stucchevoli diatribe tra opposizioni e governo prendano il sopravvento sulla reale posta in gioco riguardante la stabilità non già dei “governi” ma la stabilità della  “democrazia” va richiamata l’importanza dell’intuizione di massa che nel 2006 ha sconfitto il disegna reazionario di “revisione costituzionale” e le smanie neoautoritarie comuni al centrodestra e al centrosinistra.

Che non si tratti tanto di “farina del sacco” del renzusconiano governo del Re-travicello del capitale, è evidente non solo dal modo massmediologico con cui è stato costruito il renzusconiano personaggio e da come, nello stesso modo, stanno costruendo due opposizioni di comodo, una di destra con Salvini e una di sinistra con Landini: similmente allo schema già applicato negli anni 80-90 (con la Lega a cavallo della destra e Pds e Rete a cavallo della sinistra), del Piano P2: “un movimento a cavallo della destra e un movimento a cavallo della sinistra per scardinare il sistema politico”.

E’ evidente soprattutto dalla stessa storia – che è sempre contemporanea – dei 50 anni di Repubblica, di cui fin dalla sua nascita le forze conservatrici non hanno mai considerato legittimo l’ordinamento democratico-sociale, contro il quale è stato aperto un fronte eversivo e la strategia delle “riforme istituzionali” sia sul piano extraparlamentare dalle forze eversive da ultimo operanti sotto i simboli della Loggia massonica P2, sia sul piano parlamentare, dalla destra democristiana e del Psi di Craxi-Amato.

Ma è evidente anche dalla prospettiva di delegittimazione della Costituzione del 1948 (bloccata temporaneamente dal popolo italiano con il No alla “revisione” nel referendum costituzionale del 2006) che è stata aperta dagli anni 80 con la prima bicamerale, poi ripresa dalle successive bicamerali, quando gli eredi del PCI e della DC unitisi poi nell’attuale PD, hanno ripudiato la forma di governo imperniata sulla centralità del parlamento, in un linea di spregiudicata verticalizzazione delle istituzioni già anticipata con il bipolarismo maggioritario in sede nazionale e, contro le autonome locali come luogo sociale della democrazia di base, con l’elezione diretta di sindaco, presidente di provincia e di Regione in sede locale. A cui fanno seguito l’introduzione delle variabili forme del presidenzialismo e di privatizzazione-sussidiaria, nelle stesse funzioni pubbliche, non solo in quelle economiche (come fece il fascismo) ma finanche in quelle sociali (nemmeno il fascismo introdusse la sussidiaria”privatizzazione”) che la Costituzione ha reso obbligatorie, con forme variabili del presidenzialismo come il manager nella Sanità ed ora il presidenzialismo del Preside nella scuola, oltre che, anche con le primarie”, il presidenzialismo del “capo” nei partiti e il “doppio turno” presidenzialista introdotto per primo da un Generale, De Gaulle, cioè da un Generalissimo diversamente simile a Franco.

Il doppio turno è un colpo di stato permanente (Mitterand)

Dover spiegare oggi perché il doppio turno, da sempre descritto dal costituzionalismo democratico come sistema autoritario e antiparlamentare e che lo stesso Mitterand definiva un colpo di stato permanente (prima di potersene avvantaggiare e di usufruirne lui stesso), è sintomatico della regressione democratica che attraversiamo e della mancanza persino di memoria di che cosa è la teoria della democrazia di massa con la quale – invece di tornare alle forme di potere autoritario dello stato liberale – è stata fondata per la prima volta la democrazia in Italia, come forma di “democrazia avanzata” e sociale, per questo costretta a subire attentati e vere e proprie trame – anche terroristiche con morti e sangue – palesi ed occulte, parlamentari oltre che piduistiche e dei poteri occulti manovrati dai gruppi di potere del capitalismo internazionale, dai Trilateral ai Bilderberg, ecc.

Per di più il doppio turno non è solo doppio. Esiste quello che si chiama il terzo turno, cioè il potere di decisione e di formazione del potere di governo da parte del presidenzialista “capo” del Partito minoritario nel Paese ma maggioritario in parlamento, che può avere anche un quarto turno con l’introduzione delle primarie presidenzialiste e codiste a cui partecipano tutti gli elettori che vogliono, fino ad eleggere anche appartenenti a un partito diverso da chi le promuove.

Quella a cui assistiamo, quindi, è una fase di un’escalation di una strategia inaugurata, su ordinazione di poteri internazionali e di poteri occulti nazionali, fin dalle Commissioni Bicamerali-Bozzi, poi De Mita-Jotti, infine D’Alema-Berlusconi, con l’interazione del “mattarellum” elettorale-uninominale-maggioritario del ’93, che è stata la premessa dello snaturamento della politica e della democrazia, con lo smantellamento dei criteri a cui si erano ispirati i partiti per le elezioni nazionali ed europee, per quelle regionali e comunali e provinciali, oltretutto operando scelte istituzionalmente rilevanti con semplice legge ordinaria nonostante il nostro regime di “costituzione rigida”, nella certezza che in tal modo si sarebbe alterata la dialettica democratica in senso contrario al pluralismo a favore del “bipolarismo” e persino del “bipartitismo” inconfutabilmente connesso al presidenzialismo.

Perché, ad onta della “europeizzazione”, il caso italiano mantiene una sua peculiarità inaccettabile per il capitalismo finanziario del blocco storico “euro-atlantico”, sia per la differenza specifica della Costituzione del 1948, formalmente ma non irrilevantemente in gran parte ancora in vigore, sia per una residua tenuta di una coscienza democratica di massa – ravvivata in forme significative in occasione del recente 25 aprile e del 70° della Liberazione dal nazifascismo e dei valori della Resistenza e dell’antifascismo da cui origina un modello istituzionale e il “caso italiano” di “democrazia avanzata” più che in ogni Paese europeo-occidentale – di cui è in corso un passaggio da posizione statica e meramente difensiva ad una attivamente volta a sottrarsi all’omologazione con l’ormai diffusa subalternità assunta – all’ombra di un “europeismo” restauratore – da gruppi di vertici di potere che si contrastano tra loro per obiettivi di mera gestione del potere politico dell’esecutivo di governo, in totale subalternità al potere economico e senza la necessaria capacità discriminante sul terreno sociale-economico.

Una strategia di lungo periodo per aprire una nuova fase di comando dall’alto

Fare politica significa fare e rifarsi alla storia e alla filosofia: lo diceva un tale di nome Gramsci; e lo sa chi muove il governo di Re-travicello del capitale: un capitale che vuole rifarsi alla storia di un passato da ripetere – questo è l’obbiettivo e lo scopo delle suddette subordinazione e abrogazioni del Parlamento e dello Statuto dei lavoratori – non più nella forma del corporativismo del “fascismo storico”, ma nella sua forma cangiante e bianca veste del corporativismo proprio del capitalismo finanziario, sapendo che il fascismo altro non è che “corporativismo” (Mussolini docet).

La prova che siamo nella incipiente forma di un fascismo adeguato ai tempi viene dallo stesso Renzi quando in una recentissima trasmissione televisiva afferma: “Mi piacerebbe arrivare un giorno al sindacato unico, ad una legge sulla rappresentanza sindacale e non più a sigle su sigle su sigle”.

Ora, con la palesata intenzione di replicare ancora una volta, in Italia, l’idea di un “SINDACATO UNICO” non manca più nulla alla chiusura del cerchio dell’autoritarismo politico e sociale. Il sindacato unico è la massima negazione di quella tradizione democratica che esalta l’autonomia sociale, l’autonoma libertà dei lavoratori di associarsi come meglio credono e il libero confronto dialettico tra forze sociali e  dei lavoratori facenti capo a tradizioni politiche e culturali diverse.

L’idea di tornare alla riproposizione di una specie di “nuovo patto Vidoni” (2 ottobre 1925) che portò alla fascistizzazione in campo sindacale è quanto di più possa interessare il mondo globalizzato dell’industria e della finanza.

Non si tratta di una “demonologia”. Essendo che nella “globalizzazione” dell’economia il capitalismo finanziario (principale protagonista delle guerre imperialiste da oltre un secolo) presenta l’unilateralità dominante di un potere che nelle vesti di portatore di guerra al di là dei confini dei propri Paesi, in ogni parte e continente del mondo coniuga, in concreto, i contenuti di un dominio che è intrinsecamente espressivo di un imperialismo sia politico che economico (D’Albergo), svelando che la teoria della c.d. “globalizzazione” è volta ad imporre anzitutto con l’oppressione di un potere di classe non solo i vincoli economici ma anche ad esportare nel mondo assieme ai rapporti di produzione anche i rapporti sociali capitalistici (tramite le imprese transnazionali) e quindi le forme istituzionali e costituzionali di potere degli stati capaci di assicurare la riproduzione dei rapporti sociali dominanti, rivendicando la legittimazione del proprio potere tanto più quanto più esso perde consenso. Avvalendosi, certo, anche o in primo luogo, degli apparati ideologici di stato – come ben si vede in questa fase renzusconiana della escalation della strategia lanciata dalla Trilateral internazionale del capitalismo e dal piduismo diffuso e trasversale, non circoscrivibile solo a Licio Gelli e alla Loggia P2 – in particolare della scuola, del giornalismo e soprattutto delle università, con apporti di professori  e di ogni sorta di intellettuale (che non è sinonimo d’intelligente, usava dire Pirola)

Certo, solo il metodo di analisi marxista ripudiato dai tanti Galli della Loggia, permette di guardare avanti e di anticipare il divenire, come è capitato di fare nei Quaderni del Centro di iniziativa politica  e culturale Il Lavoratore, dove Galli della Loggia può trovare esplicitato con molto anticipo quello di cui oggi lui si sorprende, soprattutto perché tale metodo di analisi permette di spiegare la limitatezza, l’origine e i motivi collegando passato e presente, situazione locale e piano globale. Quindi anche di cogliere similitudini e filiazioni col fascismo che i tellettual-in specie della sinistra disconoscono. Di sapere che storicamente c’è sempre un momento in cui le cooptazioni, le compatibilità, le ordinarie iniziative e forme anche repressive dello stato classista liberale-borghese non reggono più e si deve ricorrere ai reparti scelti, certo non necessariamente, anzi, non nelle forme storiche e stantie degli anni 20 e 30.

Il sistema politico italiano che ha sorretto il modello economico italiano sino ai primi anni novanta non è  più  in grado di governare la transizione all’assetto UE richiesto dalla nuova divisione del lavoro su scala mondiale e vede collassare la propria funzione di integrazione e neutralizzazione del conflitto sociale, sino a produrre, oggettivamente e soggettivamente, tutte le condizioni per una involuzione autoritaria.  Domenico Chirico,  in La crisi finanziaria come opportunità contro la democrazia, marx21, nn.3-4, 2014.

La questione dirimente è quella della natura di classe e corporativa del capitalismo finanziario e della natura corporativa di classe del fascismo (Pietro Grifone, la contraddizione, n. 80), di cui al coperto dell’enfasi sulla c.d. “globalizzazione”, “scientologi” della politologia, del giuridicismo, del sociologismo borghese di destra e di sinistra, hanno smarrito la cognizione con un fuorviamento che ha impedito di ricordare sia la natura corporativa del capitalismo finanziario sia di cogliere cosa questa sua natura poteva comportare, a causa della scorretta analisi dell’operazione puramente economicistica in corso con la “globalizzazione finanziaria” e dei rapporti in corso tra capitalismo finanziario e il sistema istituzionale degli stati e delle sovranazionalità, perché da destra e da sinistra, per motivare l’abbandono della lotta di classe a favore delle riforme “istituzionali” e del revisionismo storico e costituzionale, si è preferito additare come ineluttabile la cancellazione e del “lavoro” e dello stato-nazione (e quindi delle sue istituzioni e costituzioni), cioè di quelli che storicamente sono stati i punti di riferimento della lotta di classe.

Dimenticando che il fascismo non è stato e non è mai “una parentesi della storia”, e specialmente in Italia è connaturato allo storico spessore reazionario della società italiana, originato dalle profonde contraddizioni, squilibri e arretratezze che l’alimentano sin dal modo in cui si è formata l’Italia unitaria: per questo i Costituenti hanno respinto il presidenzialismo come forma di potere autoritario e pericoloso per l’Italia, e tramite la Costituzione, qualificandola come antifascista, hanno delineato una organizzazione di potere delle istituzioni (compresa la Seconda Parte della Costituzione) “antimonarca”, anti-plebiscitaria, anti-bonapartista, anti-cesaristica, in una parola anti-presidenzialista e fondata sui partiti come “libera associazione dei cittadini che tramite i partiti debbono concorrere con metodo democratico dal basso a determinare la politica nazionale” (art. 49 C. oggi palesemente tradito).

L’opposto quindi di partiti sia intesi come gruppi di vertice sia come partito del “capo” e l’opposto di un potere discendente dall’alto, “monarchico”, appunto. Per dirla ai “bobbiani” del giornalismo e della politica, che si ritrovano ad essere presidenzialisti, noi gramsciani ricordiamo loro che lo stesso Bobbio scrisse: “ci sono solo due forme di organizzazione del potere” quella che va dall’alto al basso che si chiama “oligarchia”; quella che va dal basso all’alto e che si chiama “democrazia”.

“Un fenomeno di portata cosi generale come il fascismo…ha acquistato la singolarità di presentarsi come rilevante solo nel contesto del significato attribuibile – secondo i canoni dell’interpretazione giuridica tradizionalmente invalsi – alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione che ha sancito il divieto di ricostituzione del partito fascista…ma va evitato di  considerarla isolatamente…o solo come atti e comportamenti della specie elencata nella legge Scelba, che ne concretava l’applicabilità…considerando, al di la dei dati formali, la più qualificante caratterizzazione della Costituzione repubblicana, e cioè nella sua specifica “storicità” di quadro fondamentale dell’ordinamento antifascista” (Salvatore d’Albergo).

L’attuale legge c.d. di “revisione” con la sovversione di ben 49 articoli della C. sovverte, appunto, il “quadro fondamentale dell’ordinamento antifascista”, in omaggio e al servizio del dominio del capitalismo finanziario (la cui caratteristica ribadiamo – come per il fascismo – è il corporativismo) forma specifica dell’imperialismo (di cui fu massima espressione l’imperialismo nazi-fascista), il cui principale protagonista (anche delle guerre), cioè, appunto, il capitale finanziario che nelle sue diverse fasi ed evoluzioni, resta tuttora la forma dominante del modo di produzione capitalistico.

Si che non solo non si può escludere ma in certe fasi deve considerarsi “necessario” per il capitalismo finanziario, ritrovare anche nella sua fase transnazionale alcuni elementi – più o meno immutati a seconda delle esigenze di adeguamento ai tempi – del fascismo , non più nelle tradizionali forme proprie del “fascismo storico”, ma capace di delineare concetti più ampi e cangianti delle forme corporative comuni al fascismo e al capitalismo finanziario, ovvero nelle cangianti forme di una nuova fase di dominio e comando dalla’alto capace di adattarsi alle diverse fasi storiche di evoluzione delle forme economiche-politiche-statali dell’imperialismo ella globalizzazione finanziaria, quindi in grado di riemergere in continuità con una strategia  ispirata all’endiade “libertà di mercato/diritti dell’uomo” che funge da giustificazione fin dall’800- da quando Marx ha lanciato la controffensiva teorico-politica del Capitale – di ogni variabile forma di organizzazione ed uso del potere da parte d gruppi dirigenti economici e politici della borghesia nazionale proiettate verso un avanzato stadio di internazionalizzazione capitalistica. In grado di riemergere, quindi, nelle forme di stato e nelle forme di governo, sotto nuove sembianze, ma con un’essenza immutata, essendo il fascismo sopratutto una forma di potere e il regime del capitale finanziario “guerrafondaio” e forma di dominio che ha come cardine il corporativismo.

 

“Nelle economie avanzate il corporativismo raggiunge dimensioni nazionali,

perorando falsamente la mentalità del diritto, ma fermandolo al confine

e sottraendo così ulteriore potere alle classi subalterne. Una maggiore redistribuzione

della ricchezza all’interno dei singoli Paesi viene a parole ritenuta un imperativo assoluto,

ma le persone che vivono in Paesi emergenti o in via di sviluppo sono

lasciate fuori, con una prospettiva di pari opportunità soltanto per quelli

che hanno avuto la fortuna di nascere e crescere in Paesi ricchi.

I ricorsi storici che ci richiamano al corporativismo nazionale

proiettato verso la guerra sono inquietanti. In questi giorni l’Alto Rappresentante

della politica estera della UE, Federica Mogherini, sostenuta a spada tratta

dal governo Renzi, da settimane sta premendo per ottenere dall’ONU

il mandato per un’azione militare con lo scopo di distruggere i barconi

degli scafisti nelle acque libiche e bloccare così l’esodo dei profughi.

L’Italia sta brigando per essere capofila di questa coalizione militare che,

con un’operazione navale e anche terrestre (così sostiene il Guardian)

andrà a colpire gli scafisti. Eppure se c’è una nazione che dovrebbe defilarsi

è proprio l’Italia, particolarmente odiata dai libici

come ex-potenza coloniale” (Mario Agostinelli)

 

Quanto qui viene ricordato da Agostinelli, suona a conferma del cosa significa stato-governo, ovvero stato di apparati, di burocrazia e di polizia o gendarmeria nazionale internazionale” (A. Gramsci) garante del corporativismo del capitalismo finanziario – simbiosi tra stato e sistema capitalistico di intermediazione finanziaria e bancaria – del “blocco storico” euro-atlantico, parimenti ai guerrafondai stati-governo nazi-fascisti garanti del corporativismo del capitalismo finanziario dell’Asse.

 

Del resto è ben noto come, sino alla caduta del c.d. “socialismo reale”, il dibattito teorico della cultura dominante, in nome del primato del mercato e sia nei sistemi di tipo liberaldemocratico sia nei sistemi di tipo fascista, abbia fatto leva sulla centralità della “questione dello stato” vero e proprio tallone d’Achille non già di Marx – come “sinistroidi” e bobbisti hanno teso a far crede alle masse – ma di quella larga parte di gruppi dirigenti comunisti dei partiti e dei sindacati, che in nome di un tatticismo senza principi documentati dalla storia, non hanno assimilato né la lezione di Marx stesso, di Engels, di Lenin e ancor più di recente di Gramsci e Althusser che, con varietà di elaborazione, hanno contribuito a precisare contro i limiti dell’”economicismo” spesso imperante, come la lotta di classe si esplichi convergentemente sul terreno sociale nei luoghi di lavoro e nel territorio, e sul terreno politico nelle istituzioni, a partire da quelle territorialmente radicate nelle organizzazioni di base (enti locali, ecc.) e nei “movimenti”, per risalire coerentemente, dal basso, al cuore sia dello stato accentrato e sia allo stato “federale” (di cui ci si dimentica di dire che si chiama e sempre è “stato” ed è il più accentrato e centralista di tutti gli stati esistenti).

 

I reazionari “conservatorismo caritatevole” o “progressismo conservatore”

 

“Definire una strategia idonea che punti sulla restaurazione dei valori antichi ancora saldi (come i concetti di famiglia e di nazione) e sulla creazione di valori nuovi come quelli di una morale fondata sull’equilibrio tra diritti e doveri…sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella politica, sul dovere di solidarietà cristiana ed umana”: il Piano P2 riassume così la strategia del capitale cementata dall’ideale neocorporativo, apoditticamente sovrapponendo ideologicamente la libertà del capitale come fondamento della libertà di tutti e del sistema istituzionale-politico, con il recupero del “conservatorismo compassionevole” (che Marx chiamava “progressismo conservatore”) col principio di sussidiarietà o lo “stato sociale” l’uno caro ai cattolici e l’altro alla “sinistra” e caritatevolmente assunto dagli ex DC ed ex PCI uniti nel PD, per limitare i danni sociali e acquietare le masse sfruttate e sempre più impoverite dalla crisi con l’intervento caritatevole, che però non può realizzarsi nelle condizioni di una crisi che è alimentata al fine di imporre in suo nome stravolgimenti e sconvolgimenti del sistema costituzionale e quindi del sistema sociale e non solo politico che con la Resistenza e il patto costituzionale era stato avviato verso un processo di democratizzazione attraverso le lotte sociali e politiche, subito contrastato dal capitalismo internazionale e nazionale interessate ad equiparare l’ostracismo ai comunisti con quello al nazifascismo. È cosi che si è prima alimentato il rischio gravissimo e infine si è pervenuti a un parlamentarismo di tipo ottocentesco – quando destra e sinistra si trovano sulla stessa traiettoria antisociale della legittimazione esclusiva della classe dominante –  da cui è derivata l’inanità della opposizione “parlamentaristica”, spesso condita da imbelli e persino farsesche iniziative di piazza, “sfilate”, anziché manifestazioni di lotta, palmari espressioni dello scadimento della adusa “sinistra” parlamentarista che, auto-decapitatasi anzitutto teoricamente e ideologicamente, in tal modo è stata “parlamentaristicamente” esclusa dal Parlamento, nel corso di un parlamentarismo o “cretinismo parlamentare” che ora è in grado ed è in corso di tramutarsi in “parlamentarismo senza Parlamento” (come recita il titolo del saggio di Gaetano Bucci). Avendo decisamente contribuito (specie dopo l’abiura proclamata dagli ex-PCI) a mortificare una contraddizione sociale proprio mentre questa si è acuita ancor più rispetto alle vicende del XX secolo, aprendo spazi senza precedenti per lo sviluppo di movimenti di lotta sociale e di classe di massa che invece sono e continuano ad essere del tutto mancanti, segnalando l’infamia di tutti i vertici sindacali e politici della “sinistra” che hanno sostituito la lotta con una contesa tra gruppi di potere nell’esasperata ricerca di conquistare il governo delle istituzioni per cupidigia di spazi gestionali da amministrare, governando secondo principi ispirati dalla medesima ideologia che vuole il mercato internazionale e nazionale come metro di misura dei valori della convivenza sociale: fatti salvi alcuni differenziali che però non sono rappresentati da una netta contrapposizione tra “liberisti” puri e “socialdemocratici” (che anzi sono uniti nella UE), ma da subalterne alternative che riguardano le permanenti e intoccabili forme dell’assistenzialismo alle imprese e le rispettive elemosine di stato agli strati più deboli, che qualificano il conservatorismo compassionevole degli uni e il progressismo conservatore degli altri. Donde gli “80 euro” pagati dalla fiscalità generale e il plauso del progressismo conservatore di sindacati e del segretario Fiom.

 

Dal revisionismo storiografico borghese al revisionismo teorico della ex sinistra-storica

 

Assommando dal 2000 gli effetti perversi dell’imporsi – prima implicito ed ora esplicito – di un revanscismo teorico di una destra/sinistra variegata volta all’autoritarismo fin dal ’93 che, additando l’ineluttabilità di adeguarsi, come del resto recita ancora l’odierno ritornello renzusconiano, alla “società che è cambiata”, al “mondo che è cambiato”, al “capitalismo che è cambiato”, asserendo la fine del 900, di “tutto il 900”, invitando con superficialità a cancellarlo persino dalla memoria, ha abbandonato la lotta per la democrazia e l’ha convertita in scalata alla stanza dei bottoni; ha portato cioè a rilanciare principi e valori del revanscismo teorico politico-economico-sociale e del conservatorismo della destra, della conservazione del sistema e del capitalismo (che non è solo conservatore, corporativo e di destra, ma è la destra, conservatrice e corporativa, quale il fascismo e il capitalismo finanziario). Urge, secondo i cantori della destra/sinistra, superare la rottura con le idee del passato, della teoria della democrazia di massa della costituzione, della Resistenza e dell’antifascismo, quindi della democrazia economico-sociale fondata sul lavoro, scaturita dalle più grandi e significative lotte di classe condotte in Italia, cancellandole finanche – con “tutto il 900”- dalla memoria.

Sicché nell’irrefutabile continuità del processo storico, è urgente, nella quotidianità e unità delle lotte, riprendere l’uso del metodo del materialismo storico. In quanto solo attraverso una “concezione del mondo” – nella lotta culturale e politica di quelle che oggi sono le c.d. grandi narrazioni – che recuperi quel nesso, unitario e articolato, tra tutti i valori che segnano natura, ruolo e destino delle classi, è possibile opporre e contrapporsi alla “concezione del mondo” che alimenta il revisionismo costituzionale contrario agli interessi dei lavoratori, che ha origine dal revisionismo storiografico e da quello teorico della storia “reale” d’Italia, contrastando con la “filosofia della prassi” l’ideologia delle forze conservatrici, le quali, per puntellare un capitalismo che si rinnova anche o specialmente tramite le sue permanenti crisi, rivendicano stabilità di governo per garantire stabilità dell’economia, cioè del potere loro e dei grandi potentati economici nazionali-sovranazionali.

 

Consolidando dal 2000 gli effetti perversi dell’ultimo ventennio del ’900, si è omesso di coniugare la critica al “revisionismo storiografico” della cultura borghese, volto a delegittimare e anzi criminalizzare l’idea stessa della rivoluzione non solo “socialista” ma sinanco “democratica e antifascista”, alla critica del “revisionismo teorico” di “sinistra” che si annida nel primo.

Revisionismo teorico che ha potuto a conseguire risultanti devastanti in quanto denunciando il revisionismo storiografico non si è colta l’occasione per rafforzare la rivendicazione della legittimità storica della rivoluzione perseguita dal movimento operaio con le sue alleanze sociali, attraverso l’individuazione delle contraddizioni che hanno pesato nelle esperienze di lotta sociale e politica, per una transizione dal liberalismo/liberismo al socialismo: senza di che il revisionismo storiografico, nel suo consolidarsi, ha comportato l’imporsi – prima implicito, e poi, adesso, anche esplicito – del revanscismo teorico di una diade destra/sinistra variegata, volta a riproporre i valori “gerarchici”, che qualificano il primato del “privato” e dell’”economia”, per coniugare autoritarismo “sociale” dell’impresa e autoritarismo “politico” delle istituzioni, con il rischio del tutto non considerato nemmeno dagli oppositori della renzusconiana “revisione” propria dell’autoritarismo liberale, che si ripeta l’impossibilità di prevenire il rischio di un nuovo debordo verso il totalitarismo che, storicamente, ha già registrato (nel 900, appunto) l’inidoneità della “democrazia formale” (c.d. liberale e/o liberal-democrazia) a contenere i conflitti connaturati alle contraddizioni del capitale e della “complessità sociale”.

 

Non si tratta di evitare un dibattito che potrebbe sembrare una forma di “accantonamento” – con astrazione dal reale immediato intervento critico sulla situazione sociale e politica in atto – ma di non attardarsi solo sull’analisi delle modalità contingenti di una politica internazionale, economica e sociale che è inidonea a contenere il dilagare di valori opposti e contrastanti con quelli della Resistenza antifascista che sono il fondamento della democrazia e con essi il dilagare di un trasversale  conservatorismo cripto-reazionario del “revisionismo” costituzionale figliato dal revisionismo storiografico borghese e dal revisionismo teorico della ex sinistra-storica.

Al contrario, si tratta di (ed occorre) superare i limiti del sociologismo – specie del sociologismo del lavoro – che separando “il lavoro” dall’economia e dai criteri di “economicità pubblica”, ha alimentato l’abbandono progressivo di una concezione classista dei rapporti tra società civile e società politica da cui origina lo snaturamento della democrazia italiana, e ha alimentato una politologia che attraendo i sociologismi nella sfera di un presente senza passato, ha potuto impedire e impedisce di cogliere i fatti nel divenire del tempo, ovvero appiattendosi solo sugli aspetti sincronici, immediati, dei processi in atto e dei fatti in corso. Donde l’affermarsi dell’ideologa del pragmatismo che si traduce ed esprime con una egemonia culturale di tipo anglosassone, che si è dimostrata e persiste nel mostrarsi proclive a semplificare i problemi sia della convivenza nazionale che di quella internazionale, nella convinzione propria della teoria anglosassone della società omogenea. Vale a dire, di una omogeneizzabilità tra le forze politiche e sul piano politico-istituzionale, della vita sociale, al di là della presenza e persino dell’accrescersi delle contraddizioni di classe nella società di cui quella inglese è considerata non per caso quella più classista. Facendo “uso apodittico della sovrapponibilità ideologia tra la “libertà” dei mercati e i canoni dello “stato di diritto” (S. d’Albergo), nonché tra libertà d’impresa come base della libertà tout court di tutti.

È cosi che con l’apporto sociologistico assunto nell’ambito politologico, per legittimare l’esistente si è  cercato e scelto di recidere ogni connessione con la storia ed anche col passato più recente, in particolare negando il ruolo del ‘900, soprattutto per cancellare anche dalla sola memoria la fase socio-culturale di lotte di classe e di conquiste della democrazia economico-sociale soprattutto in Italia, degli anni 60-70.

Cosi eludendo – senza che da “sinistra” e “sindacati” ci si ponesse in controtendenza – le sole risposte (sperimentate come valide nell’esperienza degli ani 60-70) utilizzabili per superare l’ultima fase – quella attuale –  della crisi permanente del capitale.

Le scienze giuridiciste, politologistiche e sociologistiche, facendo credere alla “fine dello stato nazione” (mentre aumentava ed aumenta il numero degli stati nazione) tramite la proiezione sovranazionale di meccanismi politico-istituzionali di cui sono titolari sempre e comunque gli apici – verticistici e solo verticistici – degli stati-governo, per non già, in  realtà, cancellare gli stati ma bensì per aggirare prima, e cancellare poi, il parlamento, le sovranità popolari e la Costituzione. Questo il vero e principale scopo della costruzione ad hoc di apparati e burocrazia del governo senza stato della UE.

Attraverso il monopolio nazionale di stati intesi come governo, a cui deve adeguarsi l’Italia (su cosa comporta uno stato inteso come governo si veda Gramsci) cioè non più stato comunità come da Costituzione ma “stato-governo” che domina monopolisticamente su tutto il ventaglio delle forme rese necessarie per quella che soprattutto dopo il 1954 si è palesata come sistematico prolungamento delle sovranità statuali in ambiti “esterni” dominati da tecno-burocrazie specialistiche abilitate dai governi europei a legittimare il primato degli Usa in luoghi sfuggenti pregiudizialmente non solo alle sovranità “popolari”, ma allo stesso ruolo autonomo e non di solo ratifica dei parlamenti nazionali , a cui ora si è aggiunto il posticcio parlamento europeo. (Salvatore d’Albergo).

Per evitare l’appiattimento ideologico pragmaticista, non si può evitare una riflessione e discussione che coinvolge non solo la denuncia degli obbiettivi del capitalismo privato e della strategia della destra politica, ma anche i limiti oggettivi e soggettivi di partiti e sindacati che, in qualche modo, tengono – o dicono di tenere – ancora rapporti con il movimento operaio, facendo cioè riferimento alla critica dei termini stessi in cui questi ultimi si autodefiniscono e attivano le loro piattaforme programmatiche, con più o meno netto disancoramento dalle tendenze teorico-politiche che in tutto il ’900 – soprattutto a partire dalla “Rivoluzione d’Ottobre” – hanno caratterizzato le lotte per la “democrazia sostanziale”, in nome dell’emancipazione e della modifica dei rapporti sociali e di produzione capitalistici. (come abbiamo documentato e denunciato dalla fondazione del Movimento Naz. Antif. Difesa e rilancio della Costituzione (si vedano i testi fronte – idea di d’Albergo e pubblicati in pdf e siti – del Manuale di difesa della Costituzione di d’Albergo, 2014 e della Relazione fondativa del Movimento, 1991)

 

In tal guisa, la prima questione di cui si mira a richiamare l’attenzione di massa su problemi teorici che da tempo sono stati abbandonati, concerne la qualifica stessa che le forze politiche eredi del post-fascismo si sono venute attribuendo, in nome di una contrapposizione “destra-sinistra” che cancella, in modo schematico ma esemplare, tutto il tratto di storia sociale e politica che ha caratterizzato i conflitti nella società di massa, segnando di sé tutto il ’900 con il superamento della forma di stato e della forma di governo cui si era improntato il liberalismo politico che – con le ben note imperfezioni – aveva cercato, nel continente europeo, di imitare il modello britannico.

 

 

Dallo “Statuto dei lavoratori” al “regime del capo di governo” alla “Seconda Carta del lavoro”

 

Il passaggio dal “revisionismo storico” al “revisionismo costituzionale” si protende, ormai, verso la restaurazione di un secondo “regime del capo del governo” (dopo quello del 1925 e del ventennio) capo del “partito della nazione” e verso una Seconda Carta del lavoro” già pronta e confezionata nel c.d. Libro Bianco sul lavoro, che altro non è che un tipo di classismo già ideato nel 1927 dal fascista PARTITO DELLA NAZIONE. Abrogando l’art. 18 e lo Statuto si finisce per restaurare il corporativismo nelle imprese e il primato dell’economia nell’intera società, coniugando l’autoritarismo sociale dell’impresa con l’autoritarismo politico delle istituzioni mediante la congiunta “revisione” in senso autoritario della Costituzione.

Del resto non hanno molti altri esempi a cui ricorrere.

 

Nella sua storica e tradizionale ferocia classista, il capitale ha fretta di adeguare lo Stato con un’antiparlamentare forma di governo, per fronteggiare possibili insorgenze sociali (che però non sono scontate come dimostra chi “marcia” per “spicchi” di questioni o per la Grecia ma non anche per la nostra Costituzione: il guaio è che stiamo peggio che negli anni 20, quando almeno c’era un Gramsci e un PCI, quindi una prospettiva) e per poter proseguire nelle “politiche” ispirate alla linea “impoverire i ceti medi, tenere a bada i ceti poveri e i lavoratori”, così definita e lanciata dalla Commissione Trilateral del grande capitale e poi dalle centrali mondiali del capitalismo finanziario, dopo che proprio nel loro centro è “scoppiata” questa fase della crisi che perennemente attraversa il capitalismo.

 

Il volto del fascismo in camicia bianca è ben visibile in un Corsera – che torna ad essere simile a quello di Albertini al tempo del fascismo – nel volto dei suoi c.d. giornalisti più celebrati e più “miti” (apparentemente), nei volti dell’antipolitica, dei “mangia Casta” oggi “mangia lavoratori”; ad es. come il Rizzo, uno che come Stella è affiliato alla “cupola” della Casta economica del capitale finanziario (quella vera: non quella di Riina, ma quella “camorristica” delle SpA dei “capitalismi finanziari” definiti anche da Ratzinger “il primo più grande pericolo per il mondo e l’umanità”, da cui la mafia ha copiato il sistema di comando della “cupola” stessa). Il Rizzo é apparso in camicia bianca nelle compassate televisive – viste di passaggio – per dire: “anzi, siamo in ritardo, si doveva fare prima” (l’abrogazione dello Statuto dei lavoratori, n.d.r.). Siamo cioè in ritardo a fare o restaurare uno stato  del tipo di quello instauratosi nel 1925 e un tipo di classismo quale quello della Carta del lavoro fascista del 1927? Cioè a costituire un altro autoritario regime di “governo del capo”, nell’irrefutabile e storico nesso tra autoritarismo e totalitarismo, tra stato liberale e stato fascista?

A questo si aggiunge l’ennesima e persino la peggiore Legge Truffa elettorale maggioritaria della storia d’Italia, volta ad imporre il presidenzialismo bipartitico per attuare una simbiosi (già in vigore) tra Stato e impresa: peggiore della Legge Acerbo del 1923 e molto peggio della Legge truffa del ’53. Cos’altro era il fascismo se non un regime simbiotico tra il “governo del capo” e i “capi” d’impresa e capi dei sindacati fascisti? Corporativismo e collaborazionismo celebrato e sancito nel ’27 con la “famosa” Carta del lavoro, oggi “modello” di chi “giustamente” esulta per lo svuotamento e  l’abolizione dello Statuto dei lavoratori per andare verso la Seconda Carta del lavoro, già bella e pronta.

Il presidenzialismo bipartitico è un’antiparlamentare forma di stato e forma di governo (teorizzato e proposto per l’Italia futura dal Mussolini di Salò e perseguito dai suoi eredi e capi del MSI, Michelini ed Almirante) con cui, già dal patto della crostata di D’Alema, quello del 2007 di Veltrusconi, sino a quello del c.d. “nazzareno”, si impone sia l’autoritarismo statale sia il reazionario arbitrio padronale nelle imprese – ovvero, dopo l’abrogazione dell’art. 18, un “potere senza legge” così spesso attribuito contestato ai sistemi totalitari, che quindi non risponde ad alcuna Legge (quelle pre-esistenti vengono ora abrogate), applicando il potere delle e nelle imprese anche nello Stato.

Rifarsi alla storia di un passato da ripetere: tutto questo, si badi bene, non solo in accordo, ma anche apertamente a imitazione dell’autentico fondatore dell’attuale politica, cioè colui che dal ’94 è entrato in politica disprezzando la politica ed esaltando l’impresa (la berlusconite, il bipartitismo e il presidenzialismo-bipartitico), grazie a “Leggi elettorali truffa”, in vigore dal tempo del governo del banchiere Ciampi, cioè dal 1993, dall’antiproporzionale “mattarellum” (“latino maccheronico” inventato negli anni ’50 dall’Elia, “giurista” DC e poi Presidente della Corte) attraverso la maccheronica “convention ad escludendum” (verso il PCI), che non fa parte di alcuna teoria del potere né di testi giuridici e di diritto.

A proposito di chi scopre OGGI che manca una rappresentanza sociale e politica dei lavoratori e delle classi popolari, che manca invece dal 1993, o che scopre oggi che il governo del “Re-travicello del capitale “è pericoloso”: come se non si sapesse che non c’è nulla di più grave e autoritario di una Legge Delega, cioè di un parlamento che si auto-espropria dei poteri che gli sono stati affidati dalla sovranità popolare (e dalla Costituzione), li “abdica” al governo (che a sua volta e da 20 anni li ha abdicati alla Banca centrale nazionale e sovranazionale, cioè ai tecnici che gestiscono l’economia per conto del capitalismo finanziario del “BLOCCO STORICO” EUROATALANTICO).

Quindi le Leggi Delega sono molto peggio persino dei Decreti, che almeno debbono poi passare dal Parlamento, come avrebbero dovuto sapere la Boldrini e i “molti” Landini sindacali (a tacere della vigliacca minoranza PD che, come i giornalisti di regime, sono tutti intellettualmente prezzolati e si autovendono senza bisogno che nessuno li paghi!).

 

Con l’abolizione del proporzionale tutte le leggi elettorali diventano manipolabili da parte dei vertici politico-economici, a favore dell’uno o dell’altro come non potrebbero fare col sistema proporzionale “puro”. Così che da allora – non da oggi – le leggi elettorali, con sbarramenti e premi dati ad una minoranza del paese e minoranza elettorale, si escludono dall’arena parlamentare chiunque collida col sistema, tagliano fuori la classe operaia, i lavoratori e le forze popolari con il ritorno a forme politiche di una rappresentanza non più anche sociale ma solo di “ceto politico”, che si divide solo per la gestione delle ‘spoglie del potere’ (essendo vero potere solo quello del capitale economico), avendo preventivamente tutti optato per i valori del mercato, in sintonia con i potentati economico-finanziari”: questa “repetita juvant” più volte l’abbiamo rivolta, anche direttamente, proprio a chi scopre oggi “che manca una rappresentanza sociale”, ma va aggiunto:

1) “rappresentanza ‘politico-sociale”, perché – e non solo per Costituzione – è democrazia quando e se il sociale è politico, e solo se la rappresentanza politica è anche sociale;

2) la rappresentanza sociale c’è, esiste ed è dominante, ma è rappresentanza sociale di classe della borghesia capitalistica: manca la rappresentanza sociale popolare e dei lavoratori, perché, come già detto e denunciato, si sono accettati dal 1993 sistemi elettorali che negli effetti (con la metà di non votanti) sono equivalenti al suffragio elettorale “per censo”, ma più disonesti di questo che “onestamente” non dava il diritto di voto ai ceti popolare, mentre dal 1993 si è consentito e acconsentito – in primis dal sindacato – il taglio dei voti alla base, col c.d e famigerato “sbarramento” (mobilitatevi almeno su questo: così avevamo chiesto ai sindacati dopo la sentenza della Corte sull’incostituzionale legge con cui è stato e rimane in carica l’attuale Parlamento, per di più dominato da un governo dove nessuno è stato eletto in Parlamento).

“In uno stato di confusione di massa (di cui approfittano l’attuale governo e padronato, n.d.r.), provocato e consolidato in un trentennio di progressivo avvelenamento del “cervello sociale” del Paese e dei cervelli dei lavoratori, si va verso la seconda Carta del Lavoro, modellata sulla prima e famosa Carta del Lavoro fascista del 1927…”.

“In questa fase di egemonia della destra sociale e politica e di governo pattuito dalla diade destra/sinistra, il mutamento di regime socio-politico-istituzionale è ancor più significativamente e drammaticamente manifestato nel rilancio dei contenuti confezionati nel c.d. “libro bianco del lavoro”, rilanciando come detto un tipo di classismo già ideato nel 1927 con la redazione della famosa “Carta del Lavoro” del fascismo, destinata poi a far parte dei principi generali del diritto e a travasarsi nel codice civile, concretando un originale mix tra diritto privato e diritto nel segno del corporativismo”.

Questo scrivevamo nel 2002 in “Tra provocazioni e fumogeni verso la seconda carta del lavoro” (Centro Il Lavoratore, il 24 aprile 2002: a conferma che l’analisi marxista permette di guardare avanti e di anticipare il divenire), mentre la “sinistra”, in stato confusionale mai superato ma anzi aggravato, senza capire la trappola, si entusiasmava per Cofferati, quando questi in realtà avviava la svendita dello Statuto dei lavoratori, “isolando” la questione dell’art.18 sia dallo Statuto dei lavoratori e dal suo vero significato, sia difendendo l’art. 18 come mero “diritto della persona umana” (perseguito anche dalla FIOM di Rinaldini, Carlo! e di Landini da Pomigliano in poi), qual è anche il padrone d’impresa, e come fosse un semplice cittadino della società civile, invece che un soggetto che subisce le forme repressive e del potere di classe dell’organizzazione capitalistica del lavoro, sia imputando alla sua sola “modifica” l’effetto dirompente che era invece da ricollegare alle “riforme istituzionali e al “Libro Bianco”.

“Libro Bianco del Lavoro”, così poco denunciato e mai realmente ostacolato e combattuto, i cui contenuti, non per caso, sono stati rilanciati dall’attuale governo, a partire dal Monti-Fornero, quando sull’art. 18 i sindacati e la Cgil hanno finto di non avere perso, fino al Renzusconi-Thatcher-Blair, tramite la c.d. revisione costituzionale e con le Leggi già approvate o in itinere, senza contrasti reali da parte di chi nel segno del centrosinistra e-o di “sinistra” si è da tempo inserito nella normalità del capitalismo internazionale e nazionale e tanto meno della c.d. e vigliacca minoranza PD (si veda per tutti i rigidamente “istituzionalizzati” alla Damiano, ecc.).

Donde gli equivoci e i cedimenti già sulla legge Fornero, per chiarire i quali già allora dovemmo richiamare “il vero significato dell’art. 18” (a mia firma, a nome del Centro il Lavoratore), che a distanza di due anni è stato integralmente ripreso, nell’articolo su Il Manifesto del 2.10.14 (a firma di d’Albergo e mia), e dal conseguente Appello “Per la difesa integrale e l’autentico significato dell’art 18” , con i quali solo recentissimamente e non più da soli, abbiamo potuto chiarire i decennali  equivoci e cedimenti, rompendo il silenzio sul vero significato dell’art. 18.

Il Libro bianco del lavoro è il contenitore già confezionato di una Seconda Carta del lavoro organicamente ispirato (come quello fascista del 1927) all’obbiettivo di riportare ad una mera liceità “formale” la posizione e il ruolo dell’organizzazione sindacale dei lavoratori e della contrattazione, avendo così impedito ai lavoratori di capire che andava profilandosi ancora una volta la legittimazione del dispotismo del padronato in fabbrica mediante quel licenziamento “ad nutum” (ovvero di recedere unilateralmente dal contratto), senza intervento della magistratura, cioè di un organo dello stato garante della costituzionale giustizia socio-economica, così che oggi è stato conseguentemente “facile” eliminare del tutto l’art. 18 e la funzione dell’organo giurisdizionale che era il vero e principale obbiettivo del “manovrato” governo di Re-Travicello con la c.d. Legge sul lavoro: eliminare l’intervento di un organo dello stato e liberare dai vincoli di legge la proprietà d’impresa, restaurando un potere assoluto di quest’ultima, come era agli albori del liberalismo prima che il sindacato nascesse proprio per limitare il potere assoluto della proprietà privata d’impresa (ragione fondativa che i sindacati stessi hanno dimenticato essendosi posti in posizione di collaborazione corporativa con la proprietà, applicando l’anticostituzionale principio maggioritario dei sindacati maggioritari, così negando l’autorganizzazione e l’autonomia sociale dei lavoratori garantiti dalla Costituzione ancor prima dello Statuto dei lavoratori).

 

L’introduzione contemporanea e convergente di Leggi di c.d. “riforma” di “revisione” costituzionale e di abolizione dell’art. 18 e dello Statuto dei lavoratori, nonché la legge elettorale ricalcata su quella di Farinacci “capo” fascista del partito nazionale e di Rocco (quello del famigerato “Codice Rocco”) capo del “partito nazionalista” , non sono provvedimenti legati ad una casuale cronologia: sono “parti” convergenti e “unite” di un contemporaneo attacco volto a restaurare e coniugare tra loro l’autoritarismo “sociale” dell’impresa e l’autoritarismo “politico” delle istituzioni.

 

Donde che contemporaneamente il dominio del governo sul Parlamento è stato inserito di soppiatto – come ha “scoperto” e denunciato Salvatore d’Albergo – nella “revisione costituzionale”, nel rigo 27 dell’art. 12, dove si è assegnato al governo il Potere di chiedere all’organo del “monocameralismo” cioè alla Camera, di deliberare che “un disegno di legge, INDICATO COME ESSENZIALE per l’attuazione del programma di governo, SIA ISCRITTO CON PRIORITÀ ALL’O.d.g. e sottoposto alla votazione finale entro 60 giorni dalla richiesta”, con quel che segue.

In questo modo, nel silenzio omertoso di quanti dicono di essere contrari alla “deriva autoritaria” o c.d. “democrazia autoritaria”, è stata già introdotta l’alterazione della forma di governo parlamentare, sia mediante il “monocameralismo” (in realtà con due camere diverse, di cui una non elettiva, si restaura lo storico e pre-moderno “bicameralismo perfetto”), sia mediante il ricorso ad un metodo discriminatorio tra governo e parlamento e le forze politiche, addirittura rievocando il principio introdotto dal fascismo in nome del primato del capo del governo, detto appunto regime del governo del capo, del Dux. (L. 24 dicembre 1925, n. 2263 – N. 2531, in Gazz. uff., 29 dicembre, n. 301).

 

“L’istituto del “voto a data certa” introdotto dal disegno di legge costituzionale, evoca del resto la cultura istituzionale sottesa alla previsione dell’art. 6 della Legge 24 dicembre 1925, n. 2263 che condizionava gravemente l’autonomia del Parlamento, attribuendo al Capo del Governo

il potere di determinare la formazione dell’ordine del giorno delle Camere”

(Gaetano Bucci, “Parlamentarismo senza parlamento:

a proposito dell’attacco al bicameralismo perfetto”)

 

 

Lo svuotamento di significato dei concetti e delle parole: un’altra stagione di trasformismo

 

Ad uso e consumo dei “ciechi”, che abbiamo spesso chiamato sarcasticamente “sinistri” (come faceva pure Lenin) e indicato come “conservatorismo compassionevole” (che Marx chiamava “progressismo conservatore”) proprio della destra reazionaria in particolare americana che però usa correttamente lo storico concetto di “conservatore del capitalismo”, mentre, viceversa, i “progressisti conservatori”, riformisti-trasformisti -europeisti di oggi, con la parola in luogo del concetto, senza tema del ridicolo applicano la parola “conservatore” a chi vuole conservare la democrazia e la Costituzione  e tutte le conquiste della civiltà e della storia dell’uomo e del lavoro.

 

Il revisionismo teorico in atto a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo XX – revisionismo che nel suo carattere universale ha varie articolazioni di cui qui si valuta la più provocatoria – ha come suo epicentro mistificante (perché scansa ambiguamente la motivazione “sociale” in nome del principio ideologico della “razionalizzazione” efficientistica) l’abbandono del sistema elettorale “proporzionale” che è stato l’architrave di un processo di democratizzazione, la cui pregiudizialità, in linea di principio, è legata alla connessione tra pluralismo sociale e pluralismo politico ai fini dello sviluppo di una conflittualità non dominata dalla destra sociale e politica, e caratterizzata da un ruolo attivo delle organizzazioni del movimento operaio, si da trasferire nelle assemblee elettive il peso della combattività espressa nei rapporti di lavoro.

Il principio maggioritario (che oltretutto manipola e non rispecchia il reale risultato del voto, vanifica il principio di maggioranza che già di per sé non coincide col principio di democrazia, come persino Bobbio tenne a sottolineare, in Fenomenologia  società, Atti del Convegno sull’argomento, tenuto all’Aloisianum di Gallarate), infatti, ha comportato il ritorno ad una tipologia di rapporti politico-istituzionali, che sotto il segno di “destra/sinistra” è volto a rappresentare solamente la natura dicotomica dei rapporti tutti interni alla classe dirigente della borghesia vecchia e nuova (in ogni classe e in ogni frazione c’è sempre destra e sinistra, anche nel fascismo), dietro alla cifra elettorale che segna il limite tra maggioranza e minoranza, per “parare” e limitare gli effetti dell’abolizione del voto per censo e dell’introduzione del suffragio universale, celando il dato più essenziale che riguarda la rimessione del conflitto di classe alle sole forze che si suddividono l’arena parlamentare (dalla quale vengono escluse le forze che collidono con il sistema capitalistico), tagliando fuori la classe operaia con il ritorno alle forme politiche di una rappresentanza non più anche sociale e di classe ma solo di “ceto politico”, che si divide solo per la gestione delle “spoglie del potere”, avendo preventivamente tutti optato – come quotidianamente tutti ribadiscono – per i valori del mercato, in sintonia con i potentati economico-finanziari.

La gravità di un tale “revirement” storico-teorico, è misurabile con il fatto che anche nella fase della società di massa e dello stato moderno, si è determinata una situazione che vede una sostanziale equivalenza tra gli effetti del suffragio “censitario”, che delegittimava dalla titolarità dei diritti politici il proletariato ottocentesco, e gli effetti che in regime di suffragio universale (sinanco esteso alle donne e con un allargamento della fascia d’età prevista per l’esercizio del diritto di voto) conseguono alla progressiva autoesclusione dal voto – con l’astensionismo che acquista così significato politico e non più solo “qualunquista”- da parte di un elettorato popolare che, escluso dall’arena politico-istituzionale, rifiuta di dare fiducia a un sistema nel quale i processi di democratizzazione risultano sviliti da parte dei vertici delle formazioni politiche diventate interpreti di un nuovo tipo di trasformismo.

 

Un trasformismo dato dal fatto che, comunque, un nucleo ristretto di tali vertici “occupa” (“occupazione dello stato” da parte dei vertici di gruppi politici, come aveva denunciato Berlinguer) un posto di privilegio nel “palazzo” incurante del fatto che in termini reali, i costi della crisi sia solo e interamente posta a carico dei gruppi sociali più deboli, in nome dei quali solo verbosamente tali vertici della diade destra/sinistra, dichiarano – specie quelli c.d. di “sinistra” – di “preoccuparsi” e di partecipare al “gioco” parlamentare per difendere gli interessi delle classi e dei ceti subalterni.

 

Basti pensare o porsi la domanda, se sia stato solo un caso che grazie ad un nuovo tipo di lettura della realtà sociale e politica, nei momenti di più intensa lotta di classe, negli anni 60-70, non si sia più parlato – come usava fare nel parlamentarismo liberale ottocentesco e pre-fascista – di “destra/sinistra” né di “conservatori” e “progressisti” (come oggi si è tornati a fare, oltretutto con una notevole dose di mistificazione delle parole storiche come “conservazione”, storicamente significante “conservazione del sistema capitalistico”, attribuite alla difesa delle moderne conquiste del pensiero e della democrazia e “progresso” attribuito alla demolizione di tali conquiste specialmente del moderno costituzionalismo democratico codificate nella Carta e nei valori della Costituzione “progressisticamente” volta a rimuovere le cause economico-sociali delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali senza cui non si realizzano nemmeno i diritti di libertà e il pieno sviluppo della persona umana) ma di “estrema sinistra”, di “rossi” in antitesi a forze “reazionarie” e “moderate”, proprio per la necessità di riprodurre, in sede di analisi socio-politica-istituzionale, il senso di una dislocazione delle forze contrapposte che diveniva incompatibile con quella nella quale alla lotta per lo stato di diritto borghese (cioè “stato” della libertà economica e della libertà politica della parte aristocratica della società), si è sostituita la lotta in nome di parole d’ordine del tutto nuove, come “emancipazione” e “democrazia sostanziale”, la cui portata innovatrice è stata tale da incidere profondamente sulla stessa struttura e funzione dei partiti della classe operaia, dando vita anche  alle note diversità e contrasti nei rapporti tra socialisti e comunisti.

In tale contesto il significato di destra/sinistra, soprattutto oggi, è una diade (ecco anche perché si dice che “destra” e “sinistra” sono parole desuete) che nasconde un appiattimento omologante (tanto più e quanto mai oggi dove chi mai può attribuire al PD e al renzusconiano “governo del capo” di essere di “sinistra”). La stessa riproposizione della discussione se in Italia vi sia una o più “sinistre”, contribuisce ad allontanare nel tempo la possibilità di una nuova presa di coscienza di massa. Presa di coscienza che, viceversa, può passare solo da un incardinamento dell’opposizione politica su una opposizione sociale che scavalchi la diade “parlamentaristica” destra/sinistra, proprio per fare delle istituzioni rappresentative un passaggio e non un obbiettivo per “occupare” un posto nel “Palazzo”, riattribuendo alla società civile il ruolo di formazione e impostazione degli indirizzi politici (confiscato dai vertici partitici e istituzionali), capaci di coniugarsi con lotte volte a trasformare i rapporti sociali e non a registrarli e mantenerli. Tanto più oggi che – ad onta della demonizzazione dei rapporti di classe negli stati nazionali – le trasformazioni in corso legittimano il rilancio dell’internazionalismo – da sempre bandiera del movimento operaio – come antitesi, resa più matura e potenziata, alla “globalizzazione” dei poteri finanziari, operata sia attraverso le istituzioni nazionali che sovranazionali.

Il ceto politico-economico italiano non teme nemmeno di pronunciare parole che l’assimilano alle forme di un fascismo in vesti nuove. Come Occhetto non si peritò (per ignoranza storica?) di tracciare il programma pidiessino con le stesse parole scritte da Mussolini sul popolo d’Italia nell’aprile del 1921 (“lo stato non deve avere parte nella gestione economica ma deve solo controllare”), così Renzusconi ha avuto modo di dire “non siamo come il fascismo, il fascismo uccideva, noi no!” Ma per il resto? Eppure ormai tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che il fascismo non è equiparabile solo a “violenza”, ma era ed è una precisa forma di potere autoritario-totalitario che si reggeva sul “consenso” e fondato sul corporativismo, sancito nella Carta del lavoro del 1927 e ripreso in alcune forme – ancora vigenti – nel Codice civile.

 

 

La distruzione della Costituzione, presupposto della nascita di nuove forme di dittatura

 

il vero si capisce dagli estremi (Kracauer)

e la vera politica riguarda la contraddizione

tra due classi e due estreme, mentre

“la palude e il marcio sono nel centro” (Gramsci)

 

 

Storicamente il contrasto è sempre tra capitale e lavoro e tra fascismo e comunismo. Donde che come negli anni 20 e 30 dell’ascesa di Mussolini e Hitler, a fronte del fallimento del liberismo e delle politiche antisociali della UE dei riformisti e liberisti, dominata da una troika non elettiva che agisce e si comporta come un GOVERNO DI OCCUPAZIONE di vari Paesi europei, la partita si gioca tra il  movimento sociale di massa reazionario e  fascista e il sociale di massa democratico e comunista.

Ovvero, fallito il liberalismo a-anti-sociale di Maastricht e della UE di mercato, in tutti i paesi d’Europa resta in campo e cresce il sociale reazionario di destra che si contrappone al sociale comunista di sinistra (indebolito dal revisionismo neo-riformista e laburista): sì che quando questo arretra l’altro avanza.

Non è un caso – lo diciamo per le teste dure come pietra da rompere mantenendo ferma la coscienza dello scopo del lavoro – che in Francia o in Portogallo ecc., nelle zone in cui il territorio, cioè il sociale, era totalmente dominato e anche elettoralmente dall’insediamento comunista, scomparso questo, sono ora dominate, totalmente, dal fascismo nazionalista dei Le Pen e da gruppi nazisti, che in Grecia sono entrati persino in Parlamento.

L’Italia, come fu la prima a sperimentare la vittoria del fascismo movimento sociale reazionario di massa, altrettanto è stata la prima a “provare” come “scomparso” il sociale comunista del PCI è arretrato il movimento democratico di massa ed è avanzato il sociale del movimento reazionario di massa leghista e della destra anche fascista: uno scenario simile agli anni 20 e 30 (quando fallì il liberismo), creato e voluto dal capitalismo finanziario e dai suoi governi liberali-liberisti di destra e della “sinistra” che ha perso la coscienza dello scopo del lavoro come fondamento anche della democrazia, ha abdicato i poteri dello stato a favore della  governance europea di imprese industriali e bancarie  in capo a BCE-FMI-Commissione della UE di riformisti e liberisti, come ora sta avvenendo in Francia, in Portogallo, in Grecia e in tutta Europa (in quella dell’Est da vari lustri), come in Italia già in tutto questo secondo ventennio del 900.

 

La via europea al fascismo è figlia diretta del regime UE , che ha sostituito la sovranità dei popoli con quella della burocrazia, cioè col “bureau” (“ufficio”) krazia (potere), non elettiva e centralista che non ha abolito gli stati ma i Parlamenti, cioè le Assemblee per le quali i popoli vanno a votare ma che non esercitano poteri fondamentali dell’economia perché i governi di centrosinistra prima li hanno abdicati a favore di banche e Banca centrale nazionale, e poi a favore della BCE e della buro/cratica Commissione UE che anche con i “Talian” Prodi, i Padoa Schioppa, i Monti, i Taiani, le Bonino e sopra di loro i Draghi del complotto del Britannia, si configura  come “luogo” di esproprio dei poteri democratici delle Costituzioni antifasciste sorte dal fuoco della lotta antinazista e antifascista.

La capitalistica DITTATURA EUROPEA, che i popoli considerano (giustamente) una creatura della “sinistra” riformista/liberista, come in effetti è, ci riporta alla insorgenza reazionaria di massa, a cui per di più si preparano e vogliono dare una mano regalando – oggi, nell’Italia che prima di tutti ha sperimentato e aperto la strada al fascismo in Europa – una modifica sovversiva e in senso autoritario della Costituzione, appositamente concepita quale è proprio per la consapevolezza dei Costituenti di quella che è la vera storia d’Italia (che i cialtroni e maiali dell’attuale diade sinistra/destra ignorano o vogliono ripetere), di un Paese che già una volta ha abolito la sovranità popolare a causa dello spessore reazionario nel profondo della società italiana – dovuto a ragioni storiche – che ha fatto del fascismo non già una parentesi aperta e chiusa della storia ma figlio dello spirito reazionario della società, sempre pronto e ri-emergere anche in superficie, anche oggi, come ripetutamente è accaduto nella nostra storia.

 

Modifiche costituzionali ambite dalle forze reazionarie e del capitalismo nazionale e internazionale, per la quale si battono fin da quando la Costituzione è nata, con tutti i modi e mezzi – con le bombe, il terrorismo, gli opposti estremismi, rapimenti e uccisioni di Moro ecc., stragi su treni, in piazze, banche, con Brigate rosse e nere, con P2 e servizi segreti, tentativi di golpe e Gladio, trattative stato-mafia su cui cala l’omertà e il silenzio di politici e di Napolitano,  come già col governo Tambroni oggi Napolitano – e  con l’adesione alla NATO e poi con la Legge truffa del ’53 messa in vigore e molto molto peggiorata, con l’abolizione del proporzionale e i mattarellum,  dai “sinistri” riformisti (una delle parole senza il concetto!!!) di Amato, Ciampi, Prodi, D’Alema e dal “porcellum” del centrosinistra toscano, formulato da Bassanini e instaurato nelle elezioni regionali. “Porcellum” che poi è stato copiato pari pari dal leghista Calderoli, a testimoniare come nel porcilaio (falsamente detto “politica”) della diade destra-sinistra del maggioritario-presidenzialista, non solo ci si piglia ma ci si imita reciprocamente.

Specchio, specchio delle mie brame chi è il più maiale del reame?

 

Si può uscirne solo ristabilendo la dialettica democratica sociale e politica e la teoria politica critica tesa a nesso tra gli strumenti sociali e organismi istituzionali e politici – a cominciare dal Partito: ristabilendo tutto ciò che è stato mortificato sia dal “cretinismo parlamentare” sia dal “cretinismo sindacale” .

 

Per contrastare il revanscismo teorico della destra trasversale anche alla c.d. “sinistra”, che ripropone i valori gerarchici del primato assoluto del privato e della economia applicandolo anche allo stato, per coniugare l’autoritarismo sociale e il potere assoluto della proprietà d’impresa con l’autoritarismo politico del primato del governo sulle istituzioni e quindi sulla intera società , serve, tramite rappresentanze politico-sociali, ripristinare un Parlamento “cerniera” tra società e stato, tra la sfera politica e la sfera sociale, per prevenire e contrastare il debordo e l’attuale deriva della democrazia verso il totalitarismo, storicamente connessi con lo spessore reazionario della società italiana nel suo profondo e di cui è fomite l’autoritarismo dello stato inteso come governo,  motivo per cui i Costituenti bollarono come forma del potere autoritario il presidenzialismo del capo di governo o di stato e il primato degli esecutivi di governo sul Parlamento e sull’assemblee elettive, ed alzarono le “barriere” normative di un modello Costituzionale senza eguali, traducendo in forme di potere e istituzionali l’antifascismo sociale e politico e fondendo in modo inseparabile i principi e valori della Prima Parte con le forme organizzative della forma di stato e della Repubblica, della Seconda Parte della Costituzione.

 

Non si può fermare e invertire l’attuale processo di debordo dalla democrazia, senza recuperare la teoria della politica criticamente funzionale a realizzare un collegamento, anzi una connessione tra tutti gli strumenti operativi – sia di tipo sociale che di tipo politico e istituzionale – volti a condizionare e contrastare il mercato e l’impresa, in continuità con tutta la strumentazione del circuito giuridico democratico-istituzionale, per combinare la democrazia formale con la democrazia sostanziale, la “democrazia delegata” e la “democrazia diretta”, cioè dal basso, della base politica-sociale-territoriale di partiti, sindacato e stato.

 

Su questo ancora molti, tanti, forse troppi – specie quelli provenienti “dal” o ancora “nel” sindacato ma anche tra amici e compagni nostri – debbono ancora chiarire e chiarirsi che non è possibile contrapporsi al capitale e alla funzione direttiva degli esecutivi sulla rappresentanza politica e sulla rappresentanza sociale se questa non trova un corrispettivo nella rappresentanza politica a cominciare dal Partito:

 

“un partito tutto da rifare con uomini nuovi e di comunisti ideologicamente contro  il “cretinismo parlamentare” (ed elettoralistico, quali i cartelli elettorali di “partitini” pseudo-comunisti, e di una sinistra assimilabile alla “parlamentarista sinistra borghese ottocentesca e pre-fascista, n.d.rug.) e pro/nesso sovranità-popolare/Parlamento come base quotidiana per il “lavoro politico” di massa” (Salvatore d’Albergo).

 

Ovvero non si può uscire dal progressivo snaturamento della democrazia – che come è noto ha origine nell’abbandono progressivo di un concezione classista dei rapporti tra la sfera sociale e la sfera politica – se non riponendo al centro il “moderno principe” gramsciano, l’intellettuale-collettivo di massa, il Partito politico-sociale comunista, anche per poter ristabilire i criteri del suffragio popolare proporzionale e costituzionali, entrambi mortificati: sia dal “cretinismo parlamentare” di una “sinistra” variegata che mortificando la contraddizione sociale e di classe e sostituendola, per cupidigia, con la contesa per conquistare il “governo” (sic) ha restaurato il “parlamentarismo liberale” della sinistra borghese ottocentesca, rovesciando e arretrando da tutta la storia della lotta antifascista volta non già a “ricostruire” una democrazia ma a “fondare” la democrazia per la prima volta nella storia d’Italia;

sia dal “cretinismo sindacale” di chi ritiene che il lavoro possa opporsi al capitale senza il corrispettivo politico del partito la cui funzione è stata ed è quella di trasporre in forma politica operativa gli interessi del lavoro che vengono contrastati dal capitale anche sul piano politico-istituzionale usando e asservendo lo stato a fini ed interessi privati d’impresa.

 

Due c.d. “cretinismi” che sopravvivono nonostante che in questi venti anni di “riforme istituzionali”, e di Bicamerali, e di autoritarie revisioni costituzionali del “centrosinistra”(2001) e del centrodestra, riassunte nella sovversiva legge renzusconiana di “revisione costituzionale” abbiano chiaramente dimostrato che proprio tramite lo stato – vero tallone d’Achille della “sinistra” e dei “comunisti” del tutto a digiuno della teoria marxiana dello stato, da Marx e da ultimo a Gramsci – e i governi della borghesia di sinistra e di destra, il capitale ha sapientemente “aggirato” e poi “affossato” il ruolo e la funzione di classe del lavoro nel sistema dei rapporti tra la società e lo stato, con conseguenze eclatanti sul terreno teorico come su quello dei comportamenti pratici e dei loro esiti contrari agli interessi dei lavoratori dipendenti dall’impresa.

E tutto questo contro l’evidente realtà dei rapporti sociali, che hanno aggravato in modo quasi esponenziale l’ineguaglianza, l’ingiustizia economico-sociale e le differenze di classe. Se nonostante ciò è potuto accadere quanto sopra ricordato, lo si deve al fatto che la borghesia e le forze capitalistiche fanno un uso sapiente ed estremamente abile-articolato degli strumenti del diritto, delle forme di stato, delle forme di governo e della Costituzione, a fronte di forze e forme organizzate dell’”autonomia sociale” che in quanto prive di un loro corrispettivo sia teorico che pratico nella “autonomia politica”, anche quando pretendono e dichiarano di opporsi radicalmente alle forme borghesi-liberali di stato e di governo, finiscono per essere subalterne sul terreno dei fatti per mancanza di teoria politica che combinando sociale e politico, per realizzare la costituzione volta ad attuare la democrazia economico-sociale-politica e non già lo“stato sociale” in cui arretrano e si rifugiano ex-sinistra ed ex-PCI-DC, impediscano il concretizzarsi della tradizionale idea che gli “esecutivi” dirigono le rappresentanze politiche e il governo parlamentare, per cui le rappresentanze sociali si confrontano esclusivamente e direttamente col governo stesso, credendo e facendo credere – nella imperante confusione di concezioni sulla “autonomia sociale” e su cosa è la “democrazia” – di essere, esse, l’alternativa “al” e “di” governo senza poterlo mai diventare realmente.

 

E’ clamorosamente contraddittoria l’idea che il lavoro si contrapponga unitariamente al capitale, in virtù di una concezione di “autonomia sociale” che non abbia  come suo corrispettivo-Partito nella “autonomia della politica”, che traduca sul piano politico-parlamentare gli interessi dei lavoratori, mediante l’uso dei partiti e delle istituzioni statali in funzione complessiva del potere di classe dei lavoratori” (Salvatore d’Albergo, La Contraddizione, n. 147)

 

Cosi come non è più concepibile – e non sarebbe rivoluzionario come non lo sono quelli che attualmente si definiscono ”comunisti” – un partito che si organizza sulla base delle vecchie forme giuridiche tradizionali del potere dall’alto della politica e dello stato, anziché su quelle nuove ed opposte della partecipazione “del basso” della Costituzione democratica e antifascista del 1948.

Ovvero, al di là di ogni volontarismo organizzativo, si deve dialetticamente convenire sulla importanza di una forma-partito fondata su un diverso rapporto tra coscienza ed essere sociale, tra partito e masse, tra base-vertice, per creare una nuovo tipo di stato e di diritto.

 

Al punto in cui siamo giunti ci sembra necessario approfondire dialetticamente anzitutto le carenze culturali, superando una doppia contraddizione: di chi “minimalisticamente” ritiene possibile contrapporre in modo unitario il lavoro al capitale solo tramite una c.d. “rappresentanza sociale” senza una corrispettiva rappresentanza politica, in primo luogo di Partito; e chi, in modo per così dire “massimalistico” ritiene di poter ricostruire l’organizzazione “partito” senza prima aver chiarito e realizzato l’unità teorica (la sola vera unità che precede quella “organizzativa”). Che è l’errore sin qui commesso dalla “sinistra”, anche c.d. radicale e anche c.d. “comunista”, che è all’origine e porterebbe (ancora una volta) ad una volontaristica e organizzativistica “prassi” politico-culturale subalterna, in quanto scissa dalla “filosofia” critica delle nuove forme della permanente Contraddizione capitalistica, e dalla teoria gramsciana del partito e dello stato.

 

In tal guisa “un partito tutto da rifare con uomini nuovi e di comunisti ideologicamente “pro/nesso sovranità-popolare/Parlamento” significa pro-rappresentanza proporzionale che – contro ogni manipolazione tecnica del voto proprio – conti in Parlamento proporzionalmente al peso sociale-politico-elettorale che ha nel paese reale, con il Partito al centro di una rete di rapporti istituzionali collegati al popolo, puntati, come la Costituzione, a far prevalere l’autonomia delle assemblee elettive contro i canoni del costituzionalismo liberale: secondo cui tutta la politica e il potere dello stato – quindi senza una reale divisione dei poteri – si riassume nel potere di iniziativa dell’esecutivo di governo, come si intende realizzare e già è iscritto la sovversiva legge di c.d. “revisione costituzionale” renzusconiano: ovvero un “golpe” contro la Costituzione al sevizio del sovversivismo antisociale delle classi dominanti,  che non essendo più classi “dirigenti” necessitano un potere tanto più “forte” quanto più perdono consenso.

Cosa che ha portato alla necessità di liquidare il PCI, portando gli-ex tutto a condividere le linee guida della politica economica e sociale divenute ormai di matrice americana ed europea con tutte le crisi che hanno generato in molteplici paesi. Si che è dalla svolta dell’89, che le forze sia vecchie che nuove, collegate con gli interessi del capitalismo privato, si sono trovate nella condizione tanto perseguita con palesato “sovversivismo dall’alto, di respingere quella universalità della democrazia come democrazia sociale e sostanziale, imperniata su poteri e diritti sociali che si era perseguita e in parte realizzata in Italia, in nome del socialismo scientifico, contro la separatezza, da diritti e potere sociali, dei c.d. “diritti civili e individuali dell’uomo” che sono il fondamento della tanto predicata  “democrazia formale” che storicamente e in più Paesi si è dimostrata inadeguata a prevenire la deriva verso il totalitarismo, nuovamente rubricato come incipiente e possibile nella rubrica della storia, conseguentemente alla perdita della memoria come meccanismo sociale della storia.

Angelo Ruggeri (del Movimento Nazionale Antifascista per la Difesa Integrale e Rilancio della Costituzione)

 

 

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