RIFORMA COSTITUZIONALE E QUESTIONE SOCIALE NELL’ERA DELLA “CRISI ORGANICA”

GAETANO BUCCI   

(ALESSANO, LUGLIO 2016, iniziativa promossa dal Movimento 5 stelle)
Nel breve tempo a disposizione non posso soffermarmi sui molteplici aspetti problematici del progetto di riforma costituzionale e mi limiterò pertanto a considerare una questione fondamentale, che ha ricevuto però scarsa considerazione nel dibattito in corso.

Vorrei soffermarmi, in specie, sulle ragioni di carattere economico (Forges Davanzati) che hanno spinto il Governo a proporre (recte: imporre) un disegno di revisione, il quale mira a precludere ogni residua possibilità di realizzare il programma di emancipazione sociale recepito dalla Costituzione (art. 3, 2° co., C.). (Preterossi)

La proposta Renzi-Boschi costituisce, infatti, una nuova tappa di quel processo restaurativo saldamente inscritto negli indirizzi politico-economici dell’UE, che ha già portato al sostanziale annullamento dello Statuto dei lavoratori e all’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Costituzione (Paggi; Cremaschi).

La critica alla riforma per essere esaustiva e quindi convincente, non può essere pertanto circoscritta al solo ambito giuridico-istituzionale, ma deve saper individuare gli interessi reali che spingono a connettere le politiche di “governabilità” incentrate sul rafforzamento degli esecutivi con quelle di “stabilità economica” volte a ridurre i diritti e le prestazioni sociali.

Le motivazioni effettive del disegno di legge costituzionale, possono essere individuate in un report della banca d’affari JP Morgan (28 maggio 2013), che esortava gli Stati a disfarsi delle Costituzioni del secondo dopoguerra, perché fondate su concezioni «socialiste […] inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea».

I limiti di queste Costituzioni sono stati individuati in specie nella prefigurazione di «governi deboli nei confronti dei parlamenti» e nella previsione di «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori» che ostacolano l’attuazione delle “misure d’austerità” considerate essenziali per il ripianamento dei “debiti sovrani”.

Il Presidente della BCE, M. Draghi (12 agosto 2013) ha sollecitato del resto l’attivazione di «un processo riformatore definito in sede europea» da imporre «senza mediazioni […] agli Stati più arretrati», che dovrebbe mirare a trasformarli in «strutture amministrative subordinate» alle istituzioni tecnocratiche sovranazionali (BCE; FMI).

Le riforme proposte dal Governo si collocano inequivocabilmente in questo solco e costituiscono, anzi, il punto d’approdo di un processo controriformatore che – sin dagli anni Ottanta del secolo scorso – ha mirato a «costituzionalizzare» un assetto istituzionale funzionale «alla gestione oligarchica delle dinamiche economico-sociali» (Azzariti), ossia a predisporre un «quadro di comando verticale» svincolato dalle istanze del pluralismo reputate  incompatibili con le esigenze dei mercati finanziari. (D. Chirico).

Nella Relazione al disegno di revisione costituzionale si legge infatti che la «stabilità dell’azione di governo» e l’«efficienza dei processi decisionali», costituiscono «le premesse indispensabili» per affrontare le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie» e, quindi, «per agire, con successo, nel contesto della competizione globale».

Per queste ragioni il disegno Renzi-Boschi in connessione con la legge elettorale ipermaggioritaria (Italicum), mira a trasformare il modello costituzionale fondato sulla sovranità popolare e sulla centralità del Parlamento, in un modello imperniato sul primato del Governo e in specie sul “premierato assoluto” (Pace; Elia).

Le élites economico-finanziarie e i loro rappresentanti politici mediante l’aumento considerevole dei poteri del Governo e l’adozione di un sistema elettorale “escludente” che – analogamente al Porcellum – privilegia la “governabilità” sulla “rappresentatività”, puntano insomma ad espellere dallo spazio politico, concezioni, progetti e rivendicazioni sociali alternativi al modello neo-liberista. (Algostino).
Nell’era della globalizzazione economica – anzi della sua crisi – si assiste al riemergere di soluzioni incentrate sulla svalutazione della rappresentanza, che paiono riportarci in una situazione simile a quella dell’Ottocento, caratterizzata dalla presenza di uno Stato autoritario impermeabile alle domande scaturenti dal conflitto sociale e volto pertanto a sostenere gli interessi delle classi dominanti, anche a costo di provocare una crescita abnorme delle diseguaglianze e delle povertà (Piketty; Sassen).
Ad onta della retorica  sul “postmoderno”, ci troviamo quindi dinanzi ad una “svolta autoritaria” (v. appello dei costituzionalisti intitolato: Verso la svolta autoritaria, in http://www.libertaegiustizia.it, 22 aprile 2016), com’è comprovato, in specie, dalla disposizione contenuta nell’art. 12, 6° co., del disegno di revisione che, ampliando il potere di iniziativa legislativa del Governo e restringendo lo spazio per l’iniziativa legislativa del Parlamento (Pace), distorce non solo la forma di governo parlamentare, ma la stessa forma di stato democratico-sociale, già da un trentennio fortemente alterata dalla politiche neoliberiste  realizzate dai Governi (riduzione dei diritti del lavoro; tagli allo stato sociale; privatizzazioni) in esecuzione dei diktat delle istituzioni finanziarie (BCE; FMI).
La norma dispone che il Governo possa «chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione».

La procedura non potrà essere, invero, utilizzata per le leggi bicamerali; le leggi in materia elettorale; le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali; le leggi di concessione dell’amnistia e dell’indulto e le leggi di bilancio.

L’istituzione di una corsia preferenziale per i disegni di legge considerati essenziali per l’attuazione del programma di governo, sposta, comunque, di fatto l’esercizio del potere legislativo in capo al Governo, rendendolo sempre più padrone dei lavori parlamentari.

Questa norma rivela, più di ogni altra, come il progetto di riforma punti a trasformare il Governo da «comitato esecutivo del Parlamento» in suo «organo direttivo», contravvenendo così ai fondamenti stessi della democrazia, quali la sovranità popolare e il bilanciamento dei poteri (Algostino).

Con questa previsione il processo di disgregazione del modello democratico-sociale giunge a compimento, perché la sanzione del primato del governo sul parlamento nell’elaborazione degli indirizzi politici, aggiungendosi ai poteri pervasivi in materia di bilancio attribuitigli dai nuovi strumenti di governance economica (v. Six pack e Fiscal Compact), determina la piena integrazione fra “governabilità” e “stabilità economica”, ripristinando il nesso di compenetrazione organica fra lo stato-apparato e gli interessi economico-finanziari, su cui era incardinato sia lo stato liberale, sia lo stato fascista.

Il meccanismo del “voto a data fissa” sui disegni di legge d’iniziativa governativa (art. 12 ddlc.), evoca infatti la cultura istituzionale sottesa alla disposizione dell’art. 6 della Legge (“fascistissima”) 24 dicembre 1925 n. 2263 («Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo») che condizionava pesantemente l’autonomia del Parlamento, attribuendo al Capo del Governo il potere di determinare la formazione dell’ordine del giorno delle Camere. La norma stabiliva, infatti, che: «Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due Camere, senza l’adesione del Capo del Governo».

Non si può non rilevare, pertanto, come la Costituzione esprima una concezione opposta a quella del rafforzamento dell’esecutivo, perché mira a valorizzare il ruolo delle varie forme del pluralismo (artt. 39 e 49 C.) e delle componenti dello “stato-comunità” (art. 114 C.), alla determinazione della politica nazionale (artt. 3, 2° co., C. e 49 C).

Lo svuotamento delle funzioni del Parlamento e la sterilizzazione dei corpi intermedi, paiono invece funzionali alla configurazione neoliberista dell’UE, che prescrive continue cessioni di “sovranità popolare” per consentire agli esecutivi di attuare rapidamente gli indirizzi imposti dalle istituzioni dell’UE e dai centri di potere finanziario (Zagrebelsky; Preterossi; Irti; Catone).

Il modello di Costituzione che s’intende introdurre col disegno di revisione, sembra infatti rispondere a parametri di efficienza economica finalizzati a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri (Forges Davanzati). Ciò che conta, in questo contesto, è garantire la rapidità dei processi di decisione politica per renderli sincronici con i tempi veloci delle decisioni finanziarie.

Al “governo democratico dell’economia” che – secondo le prescrizioni della Costituzione (artt. 3, 2 co. e 41, 3° co., C.) – deve svolgersi con la partecipazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni rappresentative ed articolarsi attraverso la rete delle assemblee elettive locali per trovare nel Parlamento il «centro» di elaborazione e sintesi delle domande sociali provenienti dai  territori  (d’Albergo, Ingrao), si intende, quindi, sostituire un «tipo di governo» verticistico orientato a «rimuovere gli ostacoli alla libertà di impresa» e a rendere, quindi, appetibile «la Repubblica» agli investimenti dei gruppi industriali e finanziari.

I movimenti e le forze politiche che si oppongono alla desertificazione sociale provocata dalle politiche liberiste devono essere quindi consapevoli che la battaglia per la difesa e l’attuazione della Costituzione risulta fondamentale, perché essa costituisce lo spazio politico entro cui diviene possibile instaurare una dialettica sul terreno dei rapporti economici (v. Tit. III C.) e in cui può, pertanto, esprimersi l’opposizione dei lavoratori al «colpo di stato» ordito dalle «banche» e dai «governi» nelle sedi impenetrabili delle istituzioni finanziarie sovranazionali (Gallino).

La “riforma” Renzi-Boschi costituisce, invece, il terreno prescelto dai poteri politici ed economici, per portarne a compimento il disegno di smantellamento della Costituzione socialmente più avanzata d’Europa.

In una situazione caratterizzata dalla riduzione dei salari, dalla disoccupazione e dalla crescente diseguaglianza, il referendum costituzionale rischia di assumere, tuttavia, la valenza di un pronunciamento popolare sulla deriva oligarchica e antisociale in atto (Preterossi).

Per queste ragioni i “gruppi dirigenti” hanno deciso di trasformare il referendum nella madre di tutte le battaglie (De Fiores) e dunque per le stesse ragioni, i cittadini-lavoratori (art.1 C.) devono – specie nella fase dell’attuale “crisi organica” (Gramsci) – impegnarsi non solo a difendere la Costituzione democratica-sociale, ma a rivendicare la sua attuazione e  soprattutto l’attivazione dei poteri di controllo politico-sociale sull’«attività economica pubblica e privata» da essa previsti (artt. 41, 3°, co., C. e 47 C).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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