Costituzione, democrazia, sindacato

12 ottobre 2016

Tiziano Rinaldini

Nello scontro aperto sul voto referendario è forte il rischio di ricondurlo e ridurlo ad una dimensione di interesse politico contingente con  un consenso ricercato a prescindere dal significato più profondo dell’operazione istituzionale  che si cerca di attuare e del suo rapporto con le vicende sociali in corso.

Si può perdere così l’occasione di valutare questo passaggio dal punto di vista e nel quadro della  più generale questione della crisi della democrazia  e della politica e coglierne così l’importanza e la pericolosità ben oltre gli stessi singoli punti di modifica costituzionale.

È questo che consente di motivare nel profondo la ragione per cui è importante che prevalga il NO.

L’effetto di una sconfitta, come vedremo, sarebbe accanto all’indebolimento strutturale del valore della carta costituzionale, l’indebolimento della  possibilità e capacità di contrasto ad ulteriori inquietanti sviluppi della crisi democratica in corso e l’aumento della difficoltà da superare per  tentare risalite.

Per questo questa mia nota non si sofferma tanto sulle particolari e specifiche modifiche di articoli della Costituzione, su cui sono note e diffuse fondate obiezioni a partire dalla supposta semplificazione e riduzione dei costi ( che comunque non sono di per sé valori costituzionali).

Mi limito soltanto a citare il fatto che si chiede un SI o un NO  su titoli che rinviano a pagine e pagine di riscrittura di articoli della Costituzione che nessuno dei votanti avrà modo di leggere e capire davvero, e la cui interpretazione comunque richiederebbe competenze specialistiche.

È tra l’altro sin da ora evidente che si apriranno infiniti contenziosi.

Ciò su cui intendo qui concentrarmi è la ragione centrale più che sufficiente per motivare la necessità di respingere la proposta del governo.

A questo scopo elenco in sequenza alcuni punti (di innegabile riscontro di realtà) che introducono la ragione centrale.

Parto dalla constatazione che siamo chiamati ad approvare 46 cambiamenti di articoli della Costituzione con un risultato di modifica costituzionale la cui rilevanza è da tutti riconosciuta pur nei  diversi gradi di  valutazione. In particolare appare indiscutibile la curvatura nel senso del rafforzamento dei poteri esecutivi e deliberativi del governo rispetto alla dimensione partecipativa.

Queste modifiche sono state predisposte da un governo composto e sostenuto da una maggioranza con dentro vari trasformismi ed eletto da un parlamento che a sua volta è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Si porrebbe quindi prioritariamente l’esigenza di una legge elettorale rispettosa dell’attuale costituzione su cui fare nuove elezioni che rendano possibile una legittimazione costituzionale  democratica del parlamento e del  governo.

Il percorso che ha portato alla proposta di revisione costituzionale (per molti una vera e propria controriforma) non ha mai coinvolto e reso protagonista l’insieme del mondo politico, sociale e culturale, al di fuori di uno schema di maggioranza e minoranza parlamentare.

La proposta di cambiamento non solo si configura come partorita nell’ambito delle attuali rappresentanze partitiche istituzionali (di cui conosciamo la crisi di rappresentanza reale) ma anche come di una parte contro l’altra.

Il paese viene chiamato ad un referendum imposto nella profonda divisione e spaccatura nei (e dentro) i partiti, nelle associazioni e nel mondo culturale.

La proposta di cambiamento vede il paese profondamente diviso a tutti i livelli.

Infine tutto ciò inerisce non una legge ordinaria o un decreto governativo, ma la legge per eccellenza, cioè il testo a cui dovrebbero sottostare tutte le leggi, i decreti e gli atti nella vita della repubblica.

La Costituzione quindi non può essere frutto della contingenza elettorale  e del governo e del parlamento derivante. La sua formulazione richiede la ricerca di un generale consenso e  adesione   come condizione di base.

L’attuale  nostra Costituzione (fondante la democrazia nel nostro paese)è con particolare chiarezza figlia di questa consapevolezza.

Il percorso originario portò alla promozione ed elezione di una Assemblea costituente su basi proporzionali distinta da parlamento e maggioranza governativa, ampiamente rappresentativa sul piano sociale e culturale, che per un anno con il supporto del lavoro di svariate commissioni costruì il testo della Costituzione poi approvata.

Mi pare difficile, o meglio impossibile, negare che stiamo assistendo ad un tentativo di cambiamento della Costituzione con un percorso opposto rispetto al percorso che fu attuato per deliberare le basi della nostra Repubblica.

Da questo punto di vista, anche al di là dei singoli punti che si vogliono cambiare, si può parlare di controriforma.

Viene infatti legittimata un’idea della Costituzione come strumento modificabile in relazione all’opinione e all’interesse contingente del parlamento e della sua maggioranza di volta in volta.

Il quadro si aggrava ulteriormente in relazione alla proposta di una legge elettorale che più che alla necessità di premiare la rappresentanza cerca di superare le obiezioni sul premio di maggioranza (che hanno portato la corte  costituzionale a considerare incostituzionale l’attuale legge) con una sostanziale riconferma del peso del premio di maggioranza..

Comunque proprio in relazione al ragionamento sin qui svolto, non vedo come il giudizio possa cambiare in cambio di mediazioni sulla legge elettorale, il cui unico scopo sarebbe la riconferma del cambiamento costituzionale con il metodo prima denunciato.

La ragione centrale del NO è nella ferita democratica qui delineata che si sta determinando sul valore e sul senso della Costituzione.

Considero significativo che questa ragione venga ignorata o oscurata dai sostenitori del SI. Nel contempo a me pare anche troppo spesso trascurata da parte di chi si oppone, lasciando che prevalga la polemica sui singoli punti, apparentemente più adatti all’efficacia del contrasto oppositivo.

Non basta sostegno o polemica sulla necessità di modifiche importanti se questo non viene di partenza subordinato ad un percorso coerente con il percorso delle origini.

Non è certo un caso che tra le più significative e ferme forze che si oppongono alla proposta di Renzi vi sia l’ANPI.

Se poi l’obiezione che viene sollevata a questo argomento è che ci si aggrappa al metodo e alla forma per sfuggire al merito e alla sostanza. viene ancor più confermata la validità di quanto qui sostenuto. Con un vecchio trucco (sotto il quale nella storia si sono spesso nascoste le peggiori intenzioni) il metodo viene contrapposto e separato dal merito mentre in questo caso considerata la particolare qualità democratica della nostra Costituzione, il metodo e la forma sono il principale merito e sostanza su cui costruire il giudizio.

A me pare così evidente che fatico a capire come si siano adeguati a questa deriva illustri e rispettabili democratici (tra i quali non colloco Napolitano che considero ispiratore di quanto sta accadendo) sostenitori del si .

Come di sovente accade nel nostro Paese, confermando una della ragioni della crisi della politica, i cittadini (considerati più plebe che cittadini) vengono chiamati a decidere senza dichiarare chiaramente e apertamente il significato e la scelta che si intende compiere e ciò su cui sono chiamati a consentire.

Si nasconde la richiesta ad una svolta costituzionale non dichiarandola, ma occultandola come se si trattasse di manutenzione e valorizzazione della costituzione originaria, mentre, come abbiamo visto, a partire dalla forma e dal metodo ben altro è il segno dell’operazione in corso.

Sotto definizioni in sé neutrali e di buon senso come semplificazione, velocizzazione e praticabilità decisionali, costi, operatività delle scelte dell’esecutivo, non si dichiara la evidente scelta di curvatura autoritaria della nostra democrazia ben diversa dallo spirito costituzionale originario.

Non nego che vi siano aspetti della Costituzione che andrebbero aggiornati e modificati, ma con un ben altro percorso che risponda semmai ad una domanda di attuazione della attuale Costituzione e di difesa e rafforzamento dei vincoli di equilibrio e di relazione tra gli aspetti deliberativi e gli aspetti partecipativi della nostra vita democratica.

 

È esattamente l’opposto di ciò su cui siamo chiamati ad acconsentire, ritenendo che ciò possa essere permesso  dalla fase politica, sociale e culturale che stiamo attraversando.

La tendenza a far prevalere una dimensione autoritaria della democrazia è infatti molto favorita e indotta da una ormai lunga fase che attraversa certamente non solo il nostro paese ma l’insieme delle democrazie europee e quel il modello sociale costruito,  dal secondo dopoguerra ad oggi nei paesi europei, pur nelle diverse traduzioni e percorsi.

È la tendenza di reazione prevalente al crescente distacco tra la sfera partecipativa e quella deliberativa, e alla crescente crisi di rappresentanza della politica (non solo dei partiti) con conseguente crisi dei  particolari equilibri costituzionali europei del secondo dopoguerra.

Questo processo è stato oggetto in questi anni di opere di analisi, descrizione e denuncia in relazione agli effetti della finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia, e del  crollo dell’alternativa sovietica.

È il caso della recente pubblicazione in Italia con ritardo di 3 anni dell’ultimo libro dello scomparso studioso di scienze politiche Peter Mair dal significativo titolo “Governare il vuoto” (ed. Rubbettino), presentato con un utile saggio critico di Alessandro Somma pubblicato sul numero 193              della rivista “Inchiesta” e diffuso in rete.

 

Renzi e il PD adeguano la nostra Costituzione a questa tendenza come auspicato e richiesto con precisione tre anni fa nel rapporto della banca d’affari J.P.Morgan, autorevole e potente interprete delle ragioni del mondo finanziarizzato, a guida statunitense.

“I sistemi  politici dei paesi del Sud e in particolare le loro Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una seria di caratteristiche inadatte alla integrazione dell’area europea……, hanno di solito le seguenti caratteristiche:leadership  debole, stati centrali deboli rispetto alle regioni, la tutela costituzionale dei lavoratori….. il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi……”.

 

La vicenda referendaria diviene così un passaggio di rilevante sviluppo interno alla crisi della democrazia e della politica, e anche una occasione per recuperare più consapevolezza su come si configura su questo il futuro, se ci sarà, di una reazione democratica e di sinistra.

Il problema della crisi della democrazia e della politica resterà comunque aperto al di là dell’esito del  referendum che pure  influirà sulle condizioni successive su cui dovremo continuare a misurarci

Nell’ultima parte di questa mia nota cercherò di approfondire come in relazione alla crisi della democrazia e della politica la questione del referendum costituzionale può essere vissuta nel mondo del lavoro e nel sindacato (le difficoltà esistenti, l’interesse e l’attenzione da parte dei lavoratori, le diverse scelte delle organizzazioni).

Parto dalla considerazione che in questi ultimi decenni, in sostanziale continuità tra i vari governi (con sempre maggiore evidenza e celerità) leggi ordinarie e decreti (preceduti o seguiti da processi contrattuali imposti con ragioni unilaterali) hanno destrutturato e anche cancellato diritti dei lavoratori e poteri di contrattazione conquistati in un lungo percorso dal secondo dopoguerra (quando nasce questa Costituzione) agli anni ’70 del secolo scorso. Sono state rimesse ampiamente in discussione le stesse conquiste sul piano dello stato sociale.

Abbiamo quindi assistito ad un processo in cui si è imposto sempre più chiaramente il dominio dell’economia con la riduzione del lavoro a un fattore da adeguare per realizzarne il successo dell’economia capitalistica.

In questo senso è evidente il rovesciamento dello spirito costituzionale delle origini.

Per la verità anche la fase precedente vedeva la Costituzione ampiamente disattesa, ma restava comunque riconosciuto come impianto programmatico a cui rifarsi per reagire alla repressione e a tentativi antidemocratici, e per avanzare sui diritti e le condizioni del mondo del lavoro.

Questo rapporto tra le lotte dei lavoratori, la difesa e lo sviluppo della democrazia e il richiamo alla Costituzione ha a lungo funzionato nella stessa convinzione dei lavoratori.

Ancora recentemente per la verità è il richiamo alla Costituzione che, ad esempio, ha permesso di costringere la Fiat a una salvaguardia minima delle libertà sindacali.

Dalla fine degli anni ’70 si è avviato un percorso opposto che ha reso sempre più debole la consapevolezza  di questo rapporto sino ad indurre sempre più gli stessi lavoratori ad ignorare che la Costituzione possa essere riferimento fondamentale a cui commisurare i propri diritti e la pratica democratica nei luoghi di lavoro.

Per stare ad alcuni dei passaggi più recenti citiamo l’attacco all’art.18 e allo Statuto dei lavoratori; l’art.8 con cui sono stati resi derogabili i vincoli contrattuali e persino legislativi; i vari passaggi della controriforma previdenziale; la deregolazione delle forme di rapporto di lavoro fino ai voucher; l’utilizzo delle variazioni fiscali e contributive finalizzate a influire su forme e merito della contrattazione; le leggi sugli appalti e sulla possibilità di esternalizzazione o affidamento ad altre imprese di parti del ciclo produttivo.

Il tutto è avvenuto in presenza  di un continuo processo ristrutturativo e riorganizzativo che ha coinvolto e coinvolge  la forma dell’impresa e le condizioni del lavoro, le stesse forme del rapporto di lavoro all’interno di una crisi profonda dell’occupazione con forti problemi salariali e crescita della disuguaglianza.  È  un quadro già noto e denunciato.

 

Ciò però che qui interessa sottolineare è come sia particolarmente significativo, a proposito di crisi della democrazia e della politica, il fatto che contemporaneamente alla distruzione o indebolimento dei poteri e dei diritti conquistati, nella ricerca di risposte ai problemi dei lavoratori viene resa eventualmente praticabile e incentivata unicamente una dimensione contrattuale solo se preventivamente sottomessa e identificata con le  ragioni del profitto, dell’economia e dell’impresa.

È come dire che l’indebolimento è stato ed è usato come occasione non solo per abbassare salari, condizioni di lavoro, poteri contrattuali, diritti, stato sociale, ma anche per imporre  nel senso comune politico e culturale un futuro in cui sia resa impraticabile una dialettica sociale, democratica ed aperta, tra capitale e lavoro.

È come se si stesse cercando di modificare la natura del campo di gioco futuro e di decidere preventivamente i giocatori ammessi.

Con uno sguardo alla Costituzione, non sono più le imprese e lo Stato che vengono richiamate al rispetto della Costituzione, ma i lavoratori e le organizzazioni che volessero rappresentarli che vengono richiamati dalla Stato stesso ad adeguarsi alle esigenze prioritarie dell’economia, dell’impresa e del mercato.

 

Per realizzare questo obiettivo sono stati attuati vari  interventi e passaggi (prima citati) con leggi, decreti e regolazioni contrattuali conseguenti.

Molti di questi interventi sul piano del fisco, dei contributi e dei diritti sono peraltro di dubbia costituzionalità.

C’è stata anche una significativa e pesante modifica costituzionale con l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio (fiscal compact) come richiesto dall’Europa con il consenso generale, anche di gran parte del sindacato.

Tutto ciò è avvenuto in vari tempi e in modo  crescente con gli ultimi governi, con novità quotidiane, come tessere di un mosaico a cui hanno concorso varie mani, di fatto in sintonia fra di loro.

Il contrasto politico e anche sindacale (pur con importanti eccezioni)  è stato debole o per lo più  di carattere  emendativo. Sopratutto, anche nella cultura di sinistra è parsa prevalere  nell’opporsi la sottovalutazione e la incomprensione delle operazioni di quadro su cui veniva disegnato il futuro rispetto alla possibilità per i lavoratori di risalire la china senza dover delegare  questa possibilità alla “politica”.

Antichi limiti non hanno, a mio parere, aiutato a capire che nel processo descritto stava e sta il carattere strategico centrale della inquietante deriva democratica e della crisi della politica.

La cosiddetta aziendalizzazione  a cui sindacato e lavoratori debbono ridurre l’orizzonte della loro azione e ruolo (quando e se ammesso) ci può aiutare a capire concretamente ciò che sta accadendo  (in parte è  già accaduto).

 

In sostanza i vari aspetti della condizione sociale e lavorativa vengono spinti a cercare risposte a livello aziendale in alternativa al crescente svuotamento (se non cancellazione) dei contratti nazionali e al progressivo indebolimento di quel po’ di stato sociale conquistato in ritardo nel passato  nel nostro paese. Ovviamente questo spazio è dato solo in relazione al successo e alla compatibilità stabilita dall’impresa.

Con l’intervento sul piano fiscale e sui contributi per quanto riguarda il salario e salario sotto forma di servizi sociali, viene precostituita la convenienza a ricercare aziendalisticamente risposte aziendalistiche  (premiate) rispetto alla ricerca di risposte generali (punite).

A fronte di una crescente disuguaglianza e alle  difficoltà generali sulle questioni sociali (in presenza di crisi occupazionale, di precarietà e frantumazione dei lavori), viene drasticamente indebolita tra gli stessi lavoratori la credibilità di linee di risposta ispirate alla solidarietà e alla giustizia sociale.

Sarebbe sorprendente se dal quadro descritto non derivasse una fondata difficoltà per il lavoratore a ricostruire un rapporto tra la vicenda costituzionale in corso e ciò che è avvenuto e avviene  sulla sua condizione  e sulla possibilità di reagire efficacemente a fare valere un proprio autonomo punto di vista.

È arduo recuperare dal punto di vista del lavoratore una credibilità della questione democratica e partecipativa in funzione dell’affermazione nella sua condizione di valori generali di solidarietà, democrazia e giustizia sociale .

È una relazione che gli viene quotidianamente negata.

Questa ovvia difficoltà espone il mondo del lavoro al rischio di sentirsi estraneo all’attuale vicenda costituzionale (oppure a parteciparvi passivamente).

Nelle mie esperienze di questo periodo nel rapporto con i lavoratori trovo conferma di questa oggettiva difficoltà a contrastare in modo convincente ed efficace  questo rischio.

A ben vedere è una conferma della profondità della crisi della democrazie e della politica.

 

La dimensione sindacale è senz’altro uno dei pochi luoghi della politica (dove tra l’altro non esiste più una rappresentanza politico partitica del lavoro) in cui la difficoltà prima descritta per i lavoratori non può essere elusa e viene vissuta direttamente giorno per giorno, senza possibilità di affrontarla delegando e rimettendosi ad un improbabile futuro da affidare a  dinamiche politico istituzionali oggi  inesistenti.

Per questa ragione è in questa fase nella dimensione sindacale che si danno le maggiori possibilità di fare scelte e costruire iniziative che tentino credibilmente di  recuperare tra i lavoratori il senso del contrasto alla controriforma costituzionale in relazione all’affermazione di  valori di giustizia sociale, solidarietà e democrazia nel mondo del lavoro.

Questa possibilità non è affatto detto che venga praticata. Tra l’altro un impegno in questo senso chiama in causa responsabilità e limiti dello stesso sindacato nel misurarsi con i processi denunciati.

A fronte della situazione descritta è forte quidi la tentazione e la tendenza a rinunciare  ad  esporsi in un esplicito contrasto al quadro dominante, che esporrebbe a rischi di pericolosa destabilizzazione lo stesso sindacato. Può apparire preferibile accomodarsi all’interno di questo quadro contando sull’interesse delle forze nazionali e internazionali dominanti ad utilizzare la dimensione sindacale per un ruolo subalterno alla stabilizzazione di volta in volta di scelte sempre più autoritarie.

Questa tendenza è visibile in tanti aspetti presenti da tempo e confermati anche  in questa fase  su vicende in corso come quella  previdenziale, il consenso sulle misure fiscali, molti accordi sul welfare e sul salario. È poi chiaramente verificabile nella assenza o distratta partecipazione alla vicenda costituzionale di parti rilevanti del sindacato con anche aree di esplicita copertura della campagna per il SI.

Ricorrono antichi luoghi comuni nel rapporto con i lavoratori come: “è un problema politico e quindi non sindacale”.

Questa tendenza nella dimensione sindacale non poteva non essere contraddetta da una tendenza opposta in cui prevale la necessità di non rassegnarsi e di reagire.

La CGIL, pur con notevoli resistenze interne, ha messo in campo alcune scelte non solo per respingere la revisione costituzionale, ma anche per cancellare per via referendaria alcune delle maggiori lesioni di questi anni ai diritti e alle condizioni del lavoro.

La CGIL ha accompagnato il suo ufficiale invito a votare NO alla revisione costituzionale con la raccolta di massa di firme che porteranno ai tre referendum, chiamando in causa direttamente la società civile per il ripristino di fatto dell’art.18, per l’abrogazione dei Voucher e per severi vincoli all’utilizzo degli appalti.

Si tratta del contributo più importante di questo periodo (che non poteva che venire dal sindacato) per riallacciare un rapporto tra la questione democratica e la possibilità che venga vissuta dai lavoratori in relazione alla necessità di rilanciare i propri diritti, non aziendalizzabili e non dissolvibili.

Infatti le questioni poste con i tre referendum sono questioni che appartengono al campo dei valori generali di solidarietà e giustizia sociale, di attuazione della Costituzione.

 

Concludo infine con una notazione, che meriterebbe uno sviluppo a parte, sul fatto che le ragioni e la caratteristica della scelta referendaria di una parte del sindacato pone l’esigenza di una più adeguata attenzione alla dimensione sindacale da parte delle forze e culture di opposizione che troppo spesso paiono continuare  a considerarla  di importanza (collaterale) solo in funzione dell’utilità per questa o quella contingente vicenda politica esterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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