Franco Astengo – Lettera al presidente della Repubblica

Allo stimatissimo signor Presidente della Repubblica, presidenza.repubblica@quirinale.it

ROMA

E per doverosa conoscenza

Alla signora Presidente della Camera dei deputati, Laura_Boldrini@camera.it

ROMA

Al signor Presidente del Senato della Repubblica, pietro.grasso@senato.it;

ROMA

Stimatissimo signor Presidente,

sento la necessità di richiamare l’attenzione su quanto incombe sia a carico della regolarità della campagna elettorale e dell’esito del referendum, sia a carico della forma di governo parlamentare e del sistema parlamentare della “Repubblica democratica fondata sul lavoro”(art. 1C.) e sulle autonomie della Repubblica che “si riparte in Regioni, Provincie e Comuni”(art. 114C.), conseguente allo snaturamento del sistema parlamentare tramite la manipolazione che con il pretesto di attaccare il “bicameralismo paritario” ad elezione diretta, introduce la grave distorsione-“fuoriuscita” dal sistema parlamentare tramite l’art. 12 della Legge di revisione costituzionale che con ripetuta sottolineatura della perentorietà delle “votazione finale” del disegno dotato della “priorità”, assegna al governo il potere di richiedere che un testo indicato come essenziale esclusivamente da parte del governo, possa darsi via libera con  “votazione senza modifiche” a un disegno di legge che, valicato il termine di 60 giorni, anche  senza l’esito perseguito dal disegno di legge dotato di “priorità”, lo si possa “de plano” su richiesta del Governo porre in votazione, “senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale”,  tradendo le più elementari regole procedimentali in materia legislativa, traducendo la “priorità” di contenuto di un disegno di legge “raccomandato” in oltraggio sia al “decorso” del termine previsto, sia al ricorso alla “votazione” senza modifiche articolo per articolo, ivi compresa la “votazione finale”. Tutto ciò aggravato dal “nascondimento” di tutto questo, operato e dalla ministra firmataria della legge di revisione e dal capo del governo che oltretutto – ne abbiamo le prove – si rivolge agli italiani all’estero e tramite  canali diplomatici non già come segretario del PD (come è stato falsamente propagandato e documenteremo sui social) bensì come capo del governo.

Consapevole della preoccupazione che tali snaturamenti e “irregolarità” abbia già suscitato le sue preoccupazioni in qualità di Presidente della Repubblica  che deve farsi garante sia della coerenza del sistema democratico e della seconda parte della C. con i principi e la prima parte C. anch’essa in tal modo alterata nel silenzio omertoso e correo di quanti dovrebbero vigilare e intervenire per garantire sia la regolarità che i reali contenuti del testo sottoposto a referendum, anche da parte del sistema televisivo (in contrasto con l’art. 43 C. circa i “servizi pubblici essenziali”) usato in modo prevaricatorio e falsificante dal capo del governo,

anche a nome dei 200 sottoscrittori di un Appello denunciante tali pericoli per  il sistema parlamentare,  mi permetto di trasmetterle di seguito il testo di un appello che ho oggi reso pubblico al fine di contribuire a fare chiarezza sui temi del referendum costituzionale previsto per il prossimo 4 Dicembre.

Le esprimo il massimo di preoccupazione per il tono di estremistica divisione del Paese che il comportamento del Presidente del Consiglio e del Governo nel suo insieme tengono in questa occasione.

Un tono all’interno del quale emergono elementi di vera e propria pericolosa mistificazione sui punti fondamentali oggi oggetto di un confronto che dovrebbe essere improntato al massimo dell’espressione democratica: come invece non sta avvenendo

Ravvedo due ragioni di fondo per rivolgermi direttamente a Lei: quella relativa alla rappresentanza dell’unità della nazione che la Costituzione le assegna come compito inderogabile, e quello della responsabilità politica che Ella ricopre in assolvimento all’articolo 89 della Costituzione stessa.

Augurandomi un suo intervento chiarificatore le rivolgo un rispettoso saluto

Franco Astengo (Savona)

APPELLO RIVOLTO AI COSTITUZIONALISTI DEL COMITATO PER LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA E ALLA PRESIDENZA NAZIONALE DELL’A.N.P.I.

Mi rivolgo a voi, illustri esponenti della posizione che esprime il “NO” nel prossimo referendum confermativo, considerandovi i soggetti scientificamente e moralmente più importanti nel ruolo di riferimento per quanti nel Paese stanno combattendo questa battaglia per l’affermazione della democrazia repubblicana.

Mi permetto di esprimere il massimo di preoccupazione per l’inquinamento che, sul piano dei contenuti, si sta verificando da molti giorni e, in particolare, nel corso delle ultime ore: dal Governo e specificatamente dal Presidente del Consiglio, oltre all’inopinata invasione delle televisione e dei media, sono stati avanzati atti di vera e propria scorrettezza istituzionale come quello riguardante la lettera inviata ai nostri connazionali residenti all’Estero.

Inoltre dallo stesso presidente del Consiglio e segretario del PD, prescindendo dai toni assunti nel corso dello scontro in atto nel suo partito, arrivano definizioni inaccettabili come quello di “accozzaglia” rivolto ai suoi oppositori e altri termini del genere, del tutto inaccettabili.

Così come del tutto fuori da ogni plausibile cognizione logica è il documento della Banca d’Italia sulla possibile volatilità dei mercati nei giorni del referendum: un documento che dimentica le pesantissime responsabilità del sistema bancario promotore della speculazione finanziaria nel processo di impoverimento della società italiana e di crescita esponenziale dei livelli di disuguaglianza verificatosi nel corso di questi ultimi anni.

Anche dal punto di vista dell’opposizione arrivano segnali di confusione e di uso del tutto strumentale della vicenda referendaria.

E’ necessario un intervento chiarificatore che precisi davvero i termini della questione che abbiamo di fronte: penso e vi propongo l’elaborazione di un documento comune che miri ad elevare il tono del dibattito portandolo a quel livello di scientificità e di moralità dal quale è stato distorto dal tono avventurista e strumentale usato da molti degli attori in campo, per responsabilità precipua e soggettiva – è bene ricordarlo ancora una volta – del Presidente del Consiglio.

E’ necessaria una grande pazienza per riuscire a replicare in maniera argomentata e tempestiva alle molte mistificazioni che vengono adottate dai sostenitori del “SI” nel referendum sulle deformazioni costituzionali che si svolgerà il prossimo 4 Dicembre.

In particolare sono due i punti fortemente battuti a questo proposito:

1)      La negazione del nesso immediato esistente tra deformazioni costituzionali e nuova legge elettorale;

2)      L’idea che le deformazioni stesse riguardino solamente la seconda parte della Costituzione del ’48, quella contenente le disposizioni relative alla struttura dello Stato.

Sul primo punto pare proprio che l’insieme del dibattito in corso, non soltanto tra studiosi e addetti ai lavori ma anche all’interno degli stessi soggetti politici, abbia largamente smentito l’affermazione riguardante l’indipendenza tra i due provvedimenti: quello costituzionale (per il quale è prevista l’applicazione dell’articolo 138, sulla base del quale andremo a votare nel referendum non essendo stata raggiunta in Parlamento la quota dei 2/3 nell’approvazione definitiva) e quello elettorale, sottoposto alle procedure della legislazione ordinaria.

Sul secondo invece s’insiste molto e ancora oggi si cita l’ostinazione dei legiferanti nella repubblica di Weimar nel voler difendere, nel momento della crisi della Germania alla fine degli anni ’20, nel non voler modificare quel testo costituzionale nel senso di voler aprire a un peso maggiore del Governo nei confronti del Parlamento, causando così con quella rigidità il varco che consentì a Hitler di arrivare al potere.

Il “caso italiano” di oggi è ovviamente affatto diverso, anzi deve essere ricordato che i Costituenti non affrontarono il tema del “Governo Forte” proprio per evitare pericoli di un ritorno al fascismo che, in quel momento costituiva un ricordo immediato e incombente.

Ed è proprio questo il tema sul quale soffermarci nello stabilire il mantenimento o meno di un certo tipo di collegamento tra la prima e la seconda parte della nostra Costituzione per cercare di capire se le deformazioni costituzionali sottoposte al voto ne incrinano o meno l’equilibrio a suo tempo stabilito con assoluta maestria legislativa e giuridica.

Esiste un punto assolutamente decisivo da ricordare: quello dell’appartenenza della sovranità e degli scopi che questa sovranità è chiamata a  prefiggersi.

Per procedere in questo senso a un’analisi corretta è bene riportare per intero gli articoli 1 e 3 della Costituzione che, com’è ben noto, fanno parte dei principi fondamentali:

Articolo 1: “ L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”

Articolo 3: “ Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”.

A chi è affidata allora la capacità d’esecuzione di questi principi fondamentali ? Al Parlamento che, secondo il dettato dell’articolo 48  sancisce da un lato l’inviolabilità del diritto di voto e dall’altro assicura la partecipazione alla vita politica della nazione, in quanto gli elettori manifestano attraverso le loro preferenze, l’indirizzo politico e programmatico che ritengono migliore.

E’ proprio su questo punto che la Costituzione afferma inequivocabilmente la centralità del Parlamento, ed è su questo punto che le deformazioni costituzionali di cui si sta discutendo compiono uno strappo inaccettabile spostando l’asse di riferimento verso il Governo e sottraendolo ai consessi elettivi.

In verità questo fatto era già accaduto all’interno del sistema autonomistico con la modifica dei sistemi elettori comunale e regionale (quello provinciale è stato poi ulteriormente modificato addirittura varando l’elezione indiretta, che non incontra neppure il favore del ristretto corpo elettorale residuo se si guarda alla percentuale dei votanti nell’elezione delle Città Metropolitane).

Sistemi elettorali dei Comuni e delle Regioni basati sull’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Regione (incautamente chiamati Governatori dai media): meccanismo che abbiamo potuto constatare ha di molto diminuito il livello dell’effettivo confronto democratico e decisionale in quelle sedi.

Andando comunque per ordine: il filo rosso che lega la prima e la seconda parte della Costituzione come stabilito  nel testo dell’Assemblea Costituente viene spezzato in quest’occasione attraverso alcune precise disposizioni contenute sia nel progetto di deformazione costituzionale sia nelle nuova legge elettorale:

1)      Si afferma un’indebita supremazia del Governo sulla Camera, residualmente fiduciaria, intervenendo direttamente nel Calendario dell’Aula, stabilendo anticipi di discussione e tempi di approvazione per leggi che il governo giudichi di proprio interesse;

2)      Si mantiene il bicameralismo, togliendo al Senato il voto di fiducia e squilibrando enormemente il rapporto numerico : da 630 deputati e 315 senatori, rimangono 630 deputati e 100 senatori (dopolavoristi: consiglieri regionali e sindaci in carica). Uno squilibrio che peserà moltissimo perché rimangono in comune di poteri di elezione del Presidente della Repubblica e della messa dello stato d’accusa dello stesso. Inoltre emerge uno squilibrio evidente nella facoltà di elezione dei membri della Corte Costituzionale: la Camera di 630 membri ne elegge 3; il Senato con 100 componenti ne elegge 2;

3)      L’abnormità del premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale (con o senza ballottaggio) consegna, in pratica, il dominio dell’Assemblea a una sola lista (non sono previste coalizioni ma liste) che consegue la maggioranza assoluta e, attraverso la surrettizietà dell’elezione di un “capo della lista” elegge direttamente il Governo.

Si tratta di punti già noti e dibattuti, ma vale la pena ripeterli perché è proprio in questo modo che si violano gli articoli 1, 3, 48 della Costituzione che nel loro combinato disposto affidano la sovranità popolare al Parlamento attraverso l’eguaglianza nel voto.

La centralità del Parlamento viene così sostituita dalla centralità del Governo, eletto direttamente attraverso un premio di maggioranza fuori misura e che può sostituirsi agli organi della Camera nel determinare il calendario dei lavori.

Non si modificano formalmente i poteri del Presidente del Consiglio perché furbescamente si altera l’equilibrio nelle funzioni e nei poteri sia del Presidente della Repubblica ( posto in subordine oggettivamente grazie alla surrettizia elezione diretta del Presidente del Consiglio) sia del Presidente della Camera ( con la concessione al Governo di esercitare  un diritto di priorità con tempi certi nell’elaborazione del calendario d’aula). Alle elettrici e agli elettori, deve essere ancora ricordato, è sottratto un pezzo importante della loro facoltà di scelta attraverso il sistema di secondo grado di elezione del Senato, del quale – tra l’altro – dovrebbero far parte soggetti che nella loro istituzione di partenza (le Regioni) hanno facoltà legislative e soggetti che nella loro amministrazione d’origine ( i Comuni) non dispongono di tale facoltà.

Sono questi gli elementi davvero in gioco con il voto del 4 Dicembre e vale la pena rifletterci bene rifuggendo dall’utilizzo di comodi aggiustamenti della realtà politica e giuridica.

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